In Friuli è prevalente la variante inglese, c’è da preoccuparsi per la mutazione indiana arrivata in Veneto? Cosa possiamo fare per difenderci? Le risposte dell'esperta

UDINE. Da noi a dominare è sempre la variante inglese come dimostra l’ultimo sequenziamento dell’equipe del professor Pierlanfranco D’Agaro, direttore dell’Unità di Igiene e sanità pubblica dell’Asugi, laboratorio di riferimento in ambito regionale. I dati sono di martedì 27 aprile: su 40 tamponi positivi esaminati 38 erano variante inglese, più contagiosa rispetto al virus non variato: 16 su 17 a Trieste, 6 su 6 a Gorizia, 7 su 7 a Udine e 9 su 10 a Pordenone. Non sono state rilevate altre varianti, né la brasiliana, né la sudafricana.

Ora a incombere è l’ombra della variante indiana, la più recente, che è già presente in Veneto. Quando potrebbe arrivare da noi? Più in generale, cosa sono le varianti e perché rappresentano una minaccia? E ancora: sono in grado di ridurre l’efficacia di vaccini e anticorpi monoclonali?


A chiarirci i dubbi è la ricercatrice triestina Sabrina Pricl, alla guida del team dell’università del capoluogo giuliano Molecular Biology and Nanotechnology Laboratory: i ricercatori, studiando attraverso complesse simulazioni al computer come potevano ricombinarsi le sequenze degli aminoacidi del virus, erano riuscito già in dicembre a prevedere venti varianti e in particolare la mutazione che caratterizza le varianti oggi più aggressive.
 

Varianti e mutazioni: cosa sono? Risultano sempre una minaccia?

Le mutazioni che troviamo nel virus si possono paragonare agli errori di battitura quando digitiamo un testo. Cambiando una lettera in una parola (ad esempio casa-cava) questa muta completamente significato. Allo stesso modo, cambiando anche una sola lettera in un gene del virus (mutazione) la proteina corrispondente può cambiare. Per variante si intende un virus caratterizzato da un insieme di mutazioni.

La famosa variante inglese ha ben 21 mutazioni, di cui 9 sulla sola proteina Spike mentre le altre riguardano altre zone del genoma virale. Ogni volta che viene annunciata una nuova variante tutti ci spaventiamo, ma in realtà non sappiamo se questa variante sarà di fatto più pericolosa e il fatto stesso che una variante si diffonda rapidamente non implica che sia più infettiva.
 

Quella inglese è la più diffusa in Fvg: perché e che sintomi crea?

Della variante inglese ora sappiamo che la mutazione N501Y sulla proteina Spike è in grado di aumentarne l’infettività perché fa salire l’affinità del virus per il nostro recettore ACE2. L’effetto complesso delle altre mutazioni della variante inglese è ancora oggetto di studio. I sintomi provocati non sono più gravi rispetto al virus non variato, ma è più contagiosa. Per potersi diffondere, ogni virus si basa su una rete di connessioni. Se riusciamo a tagliare questa rete, anche quella variante virale più aggressiva, necessariamente sarà destinata a sparire. Ecco, quindi, l’importanza di un comportamento attento e di una campagna vaccinale massiccia.

Quali sono le altre forme del virus con mutazioni? Sono pericolose?

Intanto va specificato che alcune mutazioni possono conferire al virus una maggiore infettività, come la N501Y della variante inglese, ma altre mutazioni della proteina Spike presenti in altre varianti – ad esempio la E484K che compare nelle varianti brasiliana e sudafricana e la L452R, trovata nella indiana – non conferiscono al virus maggiore aggressività quanto la capacità di “eludere” gli anticorpi naturalmente presenti in chi ha avuto il Covid ed è guarito o in chi ha ricevuto il vaccino.

Questo fatto ha almeno due implicazioni che sono molto importanti: il rischio, ormai assodato, di reinfettarsi e la possibilità che le varianti in grado di sfuggire agli anticorpi possano con il tempo diventare dominanti.


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Cosa sta succedendo in India?  Perché ci sono tante varianti?

Una risposta può essere trovata nella definizione stessa di evoluzione: la capacità di mutare per adattarsi ai cambiamenti. Una terapia oncologica all’inizio funziona perfettamente e il paziente mostra una remissione, ma dopo qualche tempo la patologia si ripresenta. Questo perché è stato avviato un processo nella cellula che la porta ad “aggirare l’ostacolo” e a non rispondere più al farmaco (questo è quello che viene definito resistenza ai farmaci).

Nel caso del SARS-CoV-2 il virus ora ha un altro ostacolo da aggirare, gli anticorpi che circolano nelle persone guarite e in quelle vaccinate: con alcune delle mutazioni presenti nelle varianti brasiliana e indiana sembra che il virus abbia trovato la strada giusta per aggirare l’ostacolo e diffondersi.
 

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Quanto può metterci la variante indiana ad arrivare in Fvg?

Nel villaggio globale in cui stiamo vivendo un virus dalla Nuova Zelanda sta un attimo ad arrivare da noi. e abbiamo appena visto che la variante indiana è stata trovata nel vicino Veneto, quindi potrebbe arrivare presto anche in Fvg. Proprio per questo motivo ritengo che sia molto importante – nel momento in cui la campagna vaccinale sta entrando a pieno regime – tentare di limitare al massimo la diffusione delle nuove varianti, come l’indiana e la brasiliana.

Secondo la mia opinione e i nostri studi, i vaccini a disposizione funzionano contro la prima versione del virus e possono anche riconoscere le nuove varianti, ma probabilmente non sono in grado di garantire contro di esse la stessa, elevata protezione.

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Servono vaccini “su misura”? I monoclonali sono efficaci?

Il Ceo di Moderna ha appena confermato che, usando la stessa tecnologia, sarà possibile realizzare una sorta di vaccino specifico per le varianti, almeno quelle più diffuse e pericolose. I vaccini sono sicuri e costituiscono comunque l’unica arma che al momento abbiamo a disposizione per combattere il virus. Anche se non ci proteggono al 100 per cento cancellano il rischio di sviluppare una forma di Covid grave.

Quanto ai monoclonali, l’ultimo studio che stiamo scrivendo dimostra che le varianti brasiliana, californiana e indiana possono diminuire l’efficacia di alcuni anticorpi, ma la buona notizia è che le aziende farmaceutiche stanno già lavorando per renderli più efficaci sulle varianti: sono farmaci che si possono sintetizzare e modificare abbastanza facilmente.

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