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“Ora che ti sento vicino”: così la musica aiuta i ragazzi a uscire dal tunnel della tossicodipendenza

 

AZZANO DECIMO. Ci sono cadute fragorose, non sempre perché provocano rumore. Alle volte non se ne accorge nessun altro, ma chi inciampa, chi smarrisce la via, quel tonfo, assordante e silenzioso, lo avverte nitidamente.

Nell’anima, prima di tutto, nella testa e nel fisico, in fondo al cuore. Soli anche quando vicino ci sono genitori, amici, persone che ci provano: tentano di dare una mano, di indicare la via.

"Ora che ti sento vicino": così la musica aiuta i ragazzi a combattere la droga

E sono utili, alle volte fondamentali, ma quella strada la si deve individuare dentro di sé: non da soli, il primo passo è riscoprire l’altro. Guardare di nuovo il mondo, uscendo da quello che si ha dentro.

È il cammino di chi cerca di uscire dalla tossicodipendenza, un percorso complicato, non esente da nuove cadute, intimo e interpersonale, per vedere la liberazione: una nuova luce, la vita che ricomincia. La libertà.

Il servizio dipendenze di Azzano Decimo dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale è in prima linea. Gli operatori sono lì, sul fronte, ogni giorno. E quasi sempre l’orologio non ha importanza.

Se c’è da finire un’attività, definire un progetto, se si può continuare a dare una mano, loro rimangono lì.

Gli utenti hanno età diverse, ognuno ha una sua storia, ogni vita è un cammino differente.

Doloroso, come nel caso dei sette giovani che frequentano il SerD e partecipano al progetto “Kairos”: attività diversificate, per ritrovarsi scoprendo.

Vi collabora anche Marco Anzovino, che ha coordinato un progetto significativo: songwriting, creare canzoni per dare un senso.

Al presente, per il momento, perché – come dice lo stesso Anzovino – il futuro oggi per i ragazzi è difficile da immaginare.

“Ora che ti sento vicino” è un inno alla vita. Prima sfuggita di mano, poi ricomparsa: quei sette ragazzi stanno lottando per riprendersela tutta, ogni goccia.

Le parole le hanno messe loro, la musica Anzovino e Arianna Pegoraro; Irene Ciol ha collaborato al video, che il Messaggero Veneto diffonderà sul proprio sito perché l’hanno chiesto i ragazzi.

Protagonisti di una progettualità resa possibile anche da Casa di Emmaus, Itaca e Ambito.

Uno sforzo condiviso e un percorso doloroso, all’inizio. Poi, parola dopo parola, col susseguirsi delle note, il male ha lasciato il posto al sentimento che più di altri dà un senso: si chiama speranza. Permette di immaginare un domani migliore delle giornate che ci si è lasciati alle spalle.

“Kairos” non è solo songwriting, è tante cose: montagnaterapia, sport, momenti informali. Il filo conduttore si chiama consapevolezza, porta ad accettarsi, con pregi e difetti, a non aver bisogno di sostanze per confrontarsi con ciò che non va.

«Nella canzone i ragazzi parlano di se stessi senza dover fare una cronaca – dice Anzovino, che lavora in una comunità di recupero di Venezia –, nel brano hanno messo se stessi.

Dolore, paura, rabbia, speranza. La musica libera emozioni, le sprigiona con la sua forza e per i ragazzi è stata, al tempo stesso, un obiettivo a cui dare forma».

Rialzarsi è possibile: la luce può tornare, domani può chiamarsi nuovamente futuro e non soltanto un altro ieri.

La caduta, il rumore, la rinascita: la libertà che ritorna, semplice e magnifica. —

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