Bassa attitudine all'immunizzazione e poche adesioni: la campagna regionale di vaccinazione non viaggia a pieno ritmo

Mai così tanti vaccini in una settimana ed entro sabato ne arriveranno altri 40 mila di Pfizer. Tra i problemi ci sono una bassa attitudine regionale alle immunizzazioni e la diversità di fiale


UDINE. Da una parte mai così tante consegne di vaccini in una settimana. Dall’altra, una campagna regionale che viaggia su buoni ritmi, ma non al massimo della potenzialità di una struttura che potrebbe andare a velocità molto più sostenuta. In mezzo, poi, c’è un insieme di cause – dai rifiuti su AstraZeneca, a una storica non eccelsa fiducia dei cittadini del Friuli Venezia Giulia nelle vaccinazioni, fino all’incrocio delle varie fiale disponibili – che sta rallentando il programma di immunizzazione locale e che hanno prodotto gli appelli di Massimiliano Fedriga e alla richiesta di ampliare ulteriormente le fasce d’età che possono richiedere la copertura. Tutti fattori, questi, che portano alla necessità di trovare il modo di accelerare ancora il ritmo per vincere la sfida della pandemia.



Quella andata in archivio domenica 2 maggio è stata la settimana in cui si è registrato il picco delle consegne di vaccini in Friuli Venezia Giulia con il commissario Francesco Paolo Figliuolo che ha mantenuto la promessa fatta a Gemona quando ha elencato le dosi in arrivo in Italia e quindi, per circa il 2% del totale, in regione. Tra il 26 aprile e il 1° maggio, infatti, nei vari hub vaccinali sono state depositate 9 mila 600 dosi di Moderna, 43 mila 290 di Pfizer, 39 mila 300 di AstraZeneca e 3 mila 100 di Johnson&Johnson per un totale, pertanto, di 95 mila 290 unità.

Se a questo dato complessivo, poi, ci aggiungiamo le 3 mila 500, sempre di Johnson&Johnson, arrivate il 22 aprile dopo il via libera del Governo e utilizzate soltanto a partire da due giorni or sono, parliamo di poco meno di 100 mila dosi. Tante, al punto che la Regione ha aperto largamente le agende vaccinali arrivando a una potenzialità di oltre 11 mila iniezioni al giorno, ma attualmente viaggia attorno a una media quotidiana compresa tra le 6 e 7 mila.

L’analisi delle motivazioni di questi scatti non brucianti parte da un dato, aggiornato al 3 maggio, e che si riferisce alle prenotazioni delle fasce d’età comprese tra 70 e 79 anni e tra 60 e 69 anni. Per quanto riguarda i 70enni, queste sono ferme al 74% degli aventi diritto con una percentuale che crolla addirittura al 62% in relazione ai 60enni. In queste due fasce d’età il piano vaccinale nazionale, basato sulle indicazioni dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) prevede l’utilizzo, al netto della presenza di particolari patologie, di AstraZeneca che però più di qualcuno non ha alcuna intenzione di farsi somministrare. Anzi, sono in molti, stando a quanto sostenuto dalla Regione, che vorrebbero Pfizer o Moderna e che invece di immunizzarsi in questo momento, quando ne avrebbero diritto prima di altri, preferiscono attendere una sorta di “liberi tutti” nella speranza di ottenere un vaccino a mRna.

Una scelta figlia essenzialmente della credenza ormai diffusa – e profondamente errata per quanto con ogni probabilità frutto del caos creato attorno al vaccino – che AstraZeneca sia meno efficace degli altri farmaci oppure più pericoloso. E non è certo un caso, tra l’altro, che ieri Figliuolo abbia fatto intuire come a Roma stiano pensando di tornare a utilizzare il vaccino anglo-svedese anche per gli under 60.

Il secondo problema, tutt’altro che banale, riguarda l’incrocio tra domanda e offerta, ma soprattutto quello tra piano vaccinale nazionale ed effettiva disponibilità di dosi. Attualmente il ministero della Salute impone l’utilizzo di AstraZeneca (ma anche di Johnson&Johnson) per 60enni e 70enni nonché per i caregiver dei più fragili che hanno raggiunto i 60 anni – così come per chi appartiene alle categorie prioritarie e supera questo tetto –, ma pure per i richiami da garantire al personale scolastico, delle forze dell’ordine e dell’esercito di al massimo 59 anni e che aveva già ottenuto la prima dose prima del blocco per gli under 60.

Già di per sè questo rappresenta un guazzabuglio di difficile gestione, ma se ci aggiungiamo il fatto che AstraZeneca non si sta dimostrando affidabile nelle consegne, la situazione diventa ancora più complicata. L’azienda si era infatti impegnata a consegnare all’Unione europea in tutto 300 milioni di dosi di vaccino tra dicembre e giugno, ma a fine marzo ne aveva fatte arrivare appena 30 delle 120 milioni previste ed entro il termine del secondo trimestre prevede di consegnarne soltanto 70 delle 180 milioni rimanenti.

Così Bruxelles, non per nulla, ha deciso di avviare un’azione legale, ma intanto i territori hanno la necessità di fare i conti con i numeri veri e propri. Il che significa, volgarmente, che se anche ci fosse un’adesione massiccia per AstraZeneca, la Regione dovrebbe comunque marciare a ritmo calmierato per garantire i richiami che, per chi si è vaccinato a febbraio, cominceranno a breve. Sempre lo stesso piano vaccinale, andando oltre, stabilisce che personale socio-sanitario, ospiti e dipendenti delle Rsa, estremamente fragili e loro caregiver di età inferiore ai 60 anni, debbano invece utilizzare Pfizer oppure Moderna.

Considerato, tuttavia, che per quanto riguarda le categorie più a rischio, così come per i più anziani, il target di copertura è stato di fatto raggiunto – al netto degli ultimi richiami a 21 giorni – e che soprattutto Pfizer si sta dimostrando di una puntualità estrema nelle consegne, con pure ingenti quantità se pensiamo che entro fine settimana arriveranno almeno altre 40 mila nuove dosi, bene si capisce come il rischio sia quello di avere più fiale che adesioni. Per questo la Regione ha chiesto, e ottenuto, di aprire a chi ha tra 18 e 59 anni ed è affetto da patologie croniche. Se però anche in questo caso le prenotazioni non decollano – ieri mattina il totale era attorno alle 8 mila unità con la Regione che spera di raddoppiarle entro questa sera – la situazione diventa, metaforicamente, quella del cane che si morde la coda.

C’è, poi, da considerare un ultimo fattore, oggettivo, e cioè la storica diffidenza dei cittadini del Friuli Venezia Giulia a vaccinarsi, come lo dimostrano le cifre pre-Covid. Prendendo ad esempio a riferimento i dati 2018 nei bambini, e tenendo in considerazione come per l’immunità di gregge serva il 95% della copertura, la vaccinazione anti-meningococco B raggiungeva appena l’86,6%, l’anti-difterite il 93,1%, al pari dell’anti-pertosse, l’anti-morbillo il 92,1% – come l’anti-rosolia e in aumento soltanto dopo l’entrata in vigore della legge Lorenzin visto che in precedenza era dell’86% –, l’anti-parotite il 91,1% e l’anti-varicella l’84,8%. 
 

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