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Se nevica di più sulle Alpi Giulie la causa è il riscaldamento dell’Artico: a spiegarlo è uno studio internazionale

UDINE. Di primo acchito sembrerebbero gli highlander del cambiamento climatico, un’anomalia in un panorama che prevede la scomparsa dei ghiacciai alpini al di sotto dei 3500 metri di altitudine in una trentina d’anni.

Sono i piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie a bassa quota, che da circa 15 anni sono resilienti e stabili.

E che anche quest’inverno hanno potuto contare su abbondanti nevicate che però, dicono gli esperti, non sono indicative di inverni più freddi, né di un’inversione di rotta del riscaldamento globale. Anzi.

Una ricerca pubblicata su Atmosphere, che spiega la resilienza dei piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie con l’aumento delle precipitazioni nevose nel settore alpino orientale, individua due possibili cause del fenomeno, entrambe legate ai cambiamenti climatici: il maggiore riscaldamento dell’Artico e l’aumento della temperatura della superficie dell’Adriatico.

«Anche quest’anno sulle Alpi Giulie si sono verificate nevicate molto intense e frequenti, che hanno portato la somma degli accumuli nevosi a toccare i 10 metri a 1800 m di quota», spiega Renato Colucci, ricercatore dell’Istituto di scienze polari del Cnr, che ha coordinato questa ricerca internazionale cui hanno partecipato anche l’Ictp e le Università di Trieste e Udine.

Di annate con accumuli eccezionali di neve ne sono state registrate molte a partire dal 2000, ma tanta neve non significa più freddo: tendenzialmente gli inverni sono sempre più miti e le estati più calde e lunghe.

«L’ingente strato nevoso depositatosi al suolo nelle Alpi Giulie, dove già piogge e nevicate sono tra le più elevate di tutta Europa, è in grado di bilanciare l’aumentata fusione estiva», spiega Colucci.

Misurando i bilanci di massa dei piccoli corpi glaciali di questo settore alpino dal 2006 al 2018, i ricercatori ne hanno constatato il leggero incremento, in completa controtendenza con ciò che avviene nel resto dei ghiaccia alpini, che invece si riducono sempre più.

«La causa più rilevante di quest’anomalia sembra essere legata agli eventi estremi indotti dal riscaldamento globale», evidenzia il ricercatore.

«Nell’Artico il riscaldamento sta procedendo a un ritmo molto più serrato rispetto alle nostre latitudini, con la drastica riduzione del ghiaccio marino, che contribuisce agli effetti di amplificazione del riscaldamento».

La “amplificazione artica” sta modificando la traiettoria della circolazione globale dell’emisfero settentrionale (onde di Rossby).

I flussi atmosferici, simili a onde che si muovono da ovest verso est, si propagano più lentamente, facilitando così situazioni che portano il tempo meteorologico a “bloccarsi”.

Perciò si possono verificare eventi estremi, come piogge vigorose e prolungate o lunghe fasi di caldo estivo eccezionale.

A ciò va a sommarsi l’aumento della temperatura superficiale del mare Adriatico, che porta ancora maggiore energia verso le montagne sotto forma di precipitazioni più intense.

Per quanto la pioggia tenda a sostituirsi alla neve a quote sempre più elevate, la scomparsa nel prossimo futuro dei ghiacciai minori delle Alpi Giulie non pare più così scontata.

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