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Covid, perché i sessantenni non vogliono vaccinarsi? Il presidente degli psicologi: «Si sentono giovani e non a rischio»

Giovani per andare in pensione, ma “vecchi” per essere al sicuro, di fronte al contagio Covid. Sarà per questo paradosso, fatto di una terza età che continua a essere posticipata, che i sessantenni disertano le vaccinazioni, sentendosi ancora orgogliosamente parte della categoria del «tanto non sono a rischio». È l’ipotesi avanzata da Luca Pezzullo, presidente veneto dell’Ordine degli psicologi.

Dottore, perché i sessantenni stanno disertando le vaccinazioni?

«Ci sono diverse variabili. Prima di tutto, più si scende con l’età e più si attenua la paura di fronte al contagio da Covid. Al contrario, è aumentata a dismisura la paura degli effetti collaterali, alimentata dalle polemiche e dai continui cambi di rotta su AstraZeneca. C’è chi, con il timore di ricevere questo vaccino, decide di posticipare la seduta».

C’è anche chi la posticipa per andare in vacanza… «Rischiando di trascorrerla in Terapia intensiva, che cosa stupida. Senza contare che le vacanze saranno la più grande occasione di rimescolamento di persone, dopo un anno. Potrebbe essere l’opportunità offerta al virus di stappare la bottiglia di Champagne. La gente dovrebbe vaccinarsi proprio per andare in vacanza in sicurezza».

I sessantenni non si vaccinano perché si sentono invincibili?

«Ricordo che quando, da bambino, andavo a giocare da mia nonna, allora 65enne e sempre vestita di nero, la consideravo “vecchia”. I sessantenni di oggi hanno vissuto gli anni ’80, il boom delle nuove tecnologie. Sono molto attivi: lavorano, vanno in palestra, la sera escono per bere l’aperitivo. Non si percepiscono come anziani e, dall’esterno, non vengono percepiti come tali. I sessantenni di oggi hanno pretese sulla qualità della propria vita che sono molto più alte confrontate a quelle di qualsiasi altra generazione di sessantenni. La loro percezione di sé non è quella dell’anziano che muore di Covid in una Rsa, ma quella di un “senior” tosto e in gamba, che si gode la vita».

Il fisico dei 60enni di oggi però non è diverso da quello degli “ex” sessantenni…

«È questo il problema. L’età media dei ricoveri si è abbassata a 50-60 anni. E ci sono anche persone in condizioni molto gravi. Un sessantenne non è un ragazzino. Lo dimostra la curva di mortalità, che è preoccupante. L’80enne non scherza con il vaccino, il 60enne ci può scherzare, rischiando e sbagliando. Contemplare un rischio che può sembrare astratto rende l’idea poco accattivante da un punto di vista emotivo, perché c’è una scarsa identificazione nel problema».

Gli ottantenni poi hanno vissuto la guerra.

«Forse c’entra anche questo, una differenza generazionale nella percezione del rischio. Nelle generazioni più anziane c’è meno esitazione».

I sessantenni racchiudono anche un buon numero di diffusori di bufale seriali, concorda?

«I ragazzi li definiscono “boomer”, espressione che io odio, ma che descrive il tentativo dei sessantenni di entrare nelle “bolle” dei social network. Bolle in cui circola informazione di bassa qualità, che attiva questa dimensione da complottisti».

Cosa dobbiamo attenderci, scendendo con l’età?

«Una sempre minore percezione del rischio, ma credo anche una minore enfasi sugli effetti collaterali. Certo, se la percentuale dei vaccinati continuerà a diminuire, questo sarà estremamente pericoloso. Non dimentichiamo che la variante inglese è nata proprio tra i più giovani. Il rischio è proprio questo: coprire gli anziani, ma lasciare scoperti i giovani, favorendo la nascita di nuove mutazioni, magari resistenti al vaccino. E allora l’immunità rischia di fallire per tutti. È come stare in barca: puoi tappare il buco in poppa, ma se l’acqua entra dalla prua, poi andiamo a fondo tutti». 

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