Ciclismo, Condò: «Facevo il tifo per Motta. Lo Zoncolan? come uno stadio di calcio»

UDINE. Avrebbe voluto tanto dire di sì all’invito di Enzo Cainero che lo aveva chiamato a raccontare il suo amore per la bicicletta e il Giro d’Italia, ma Paolo Condò, ex giornalista della Gazzetta dello Sport e oggi commentatore di Sky Sport, è stato bloccato a Milano.

Da lì ci ha raccontato la passione per la bici senza disdegnare qualche spruzzata di calcio tra Superlega, Mourinho e il mercato degli allenatori che è sempre più scoppiettante.

Condò, conferma che il ciclismo è il suo secondo sport?

«Assolutamente sì. Avevo otto anni quando i miei genitori mi portarono a casa di amici a Trieste, in Viale D’Annunzio lungo il quale passava la tappa. Se non erro l’arrivo era fissato all’Ippodromo.

Mi indicarono la maglia rosa in mezzo al gruppo e io quel giorno decisi di tenere per lei. Era Gianni Motta che da allora è sempre stato il mio idolo. Era il 1966 e Motta quel Giro lo vinse».

Lei arrivò in Gazzetta nell’estate del 1984, l’anno in cui il Giro lo vinse Francesco Moser.

«La Rosea era un covo di “moseriani” e non mi riferisco tanto ai colleghi della redazione ciclismo.

Moser era visto come il campione che andava a giocarsi la tappa a viso aperto, il suo rivale, Saronni, soprannominato “Gambina” era quello che stava a ruota e poi aspettava gli ultimi metri per mulinare le gambe sui pedali e vincere in volata».

Poi è arrivato il momento di vivere il Giro d’Italia da inviato.

«Ne ho seguiti otto dal 2006 al 2013. Ho raccontato le storie che c’erano dietro un paese che ospitava un arrivo di tappa.

Penso al Vajont, oppure a un personaggio come Gualtiero Marchese nel giorno di un arrivo a Brescia».

Che importanza può avere per un territorio la presenza del Giro d’Italia?

«Raramente il Giro arriva nelle grandi città. Arriva quasi sempre a Milano, ma i percorsi si snodano quasi sempre per le strade più impervie e per paesini spesso isolati.

Raramente si prende una autostrada se non quando è proprio necessario. Proprio per questo il Giro è un efficacissimo simbolo del nostro Paese.

Una cosa che mi ha sempre colpito quando mi fermavo nei paesi più sconosciuti era scoprire che le persone di una certa età si facevano trovare in giacca e cravatta, con il vestito migliore della domenica. Perchè era un evento.

E poi le scolaresche che si presentavano con i loro striscioni più fantasiosi».

La corsa da alcuni anni è diventata ospite fissa della nostra regione.

«Il Friuli Venezia Giulia è una regione fondamentale per il ciclismo. Da un punto di vista tecnico la scoperta dello Zoncolan è stata eccezionale, ma sono tanti i paesaggi favolosi senza poi dimenticare la passione per lo sport che da noi è sempre molto forte».

Quest’anno sono dieci anni dal no del Giro al Crostis. Fu lei a raccontare quella storia sulla Gazzetta dello Sport.

«Ricordo la grande arrabbiatura di Enzo Cainero che con i volontari si era fatto un mazzo così per far arrivare il Giro lassù.

Questo però non ha impedito al Giro di continuare ad arrivare spesso sulle montagne del nord est. Perché diciamola tutta, Cainero è un personaggio straordinario, un passionario dello sport e un vulcano di idee che ha fatto breccia negli organizzatori del Giro».

Quest’anno c’è una tappa che parte da Grado e arriva a Gorizia, il giorno prima il traguardo è fissato sullo Zoncolan.

«Al di là della salita davvero durissima, quello che colpisce è lo scenario. Lo Zoncolan è un anfiteatro, o se preferite uno stadio a cielo aperto.

Non mi sorprende che a sponsorizzarlo per primo sia stato un allenatore di calcio, Francesco Guidolin».

Condò, rivedremo la gente sul percorso e agli arrivi di tappa?

«Me lo auguro. Alla finale di Coppa Italia avremo un po’ di spettatori, idem agli Internazionali d’Italia di tennis.

In questa storia devi sperare che il tuo vicino abbia lo stesso rispetto che tu hai di lui. È una questione di civiltà.

Poi confido nel bel tempo e nel caldo. Ho seguito otto giri d’Italia, in quattro sono tornato a casa abbronzato, negli altri con l’influenza e il raffreddore. Maggio in questo senso è un mese pazzo».

Parliamo anche di calcio. Manchester City-Chelsea è la finale di Champions.

«Giusto così. Il City è una squadra in cui tutti i giocatori sono da 8,5 e 9, nel Psg ce ne sono due da 10, ma se uno non c’è e l’altro è in giornata no il verdetto è inevitabile.

Il Chelsea non era una candidata ma è arrivata dove meritava. City favorito, ma il risultato non è scontato».

Come giudica il ritorno di Mourinho?

È una bellissima storia. Il mito resta un mito, adesso vedremo cosa è rimasto dell’allenatore. Mou ha sette vite come i gatti».

Totti e De Rossi torneranno alla Roma sotto altre vesti?

«Diciamo che qualche telefonata è già partita. Poi vedremo».

Allegri alla Juve?

«È una soluzione. Ma attenzione al Real Madrid. Max è sempre stato un pallino di Florentino Perez e Zidane pare voglia andare ad allenare la Francia».

E di Gotti cosa ci dice?

«Va confermato. È bravo, intelligente e preparato e se gli comprano due punte di valore può portare l’Udinese in una posizione di classifica molto più interessante».

Come vedrebbe un ritorno a livello dirigenziale di Del Piero, suo “collega” a Sky alla Juve?

«Alessandro è una persona talmente intelligente che può fare tutto. Di certo è un’arma di riserva molto importante nella testa di John Elkann».

In due anni la Juventus ha depauperato il vantaggio che aveva sull’Inter. Bravi a Milano o troppi gli errori commessi a Torino?

«L’Inter ha dei meriti. Secondo me il grande errore fatto dalla Juve è stato perdere Marotta, il miglior dirigente del nostro calcio».

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