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Da Portenau a Pordenon, 500 anni fa la liberazione dalla signoria austriaca

Dagli stemmi alla passione dei sovrani per la nostra “città-porto”. Ecco come, nel corso dei secoli, si è arrivati all’indipendenza 

PORDENONE. In settimana sono stati rievocati gli anni 1821, per la morte di Napoleone, e 1921 per le barricate di Torre, oltre che – sorpresa! – il 1420 quale fine del Patriarcato di Aquileia, cui Pordenone sarebbe stata “sottoposta… col consenso dell’imperatore Carlo Magno”. Più seriamente invece si sembra ignorare un proprio anniversario maggiore e ben più rotondo: ricorrono esattamente i cinquecento anni da quando è cessata la plurisecolare signoria austriaca sulla città.

Veramente non a tutti risulta che ciò avvenne nel 1521 anziché nel 1508, anno cui risale la causa effettiva, ossia la prima conquista veneziana di Pordenone da parte del condottiero Bartolomeo Liviano. Però anche su internet si trova notizia che il 1508 aprì solo una fase militare, poiché ancora tre volte la città sarebbe ritornata imperiale. E nel 1516 le paci di Noyon e di Bruxelles non avrebbero spartito dei territori, ma si sarebbero limitate a garantire altri cinque anni di tregua. Fu infatti nella dieta di Worms che la parentesi fu chiusa, ossia quando il 6 maggio 1521 i delegati Gattinara per l’Imperatore e Cornaro per il Doge assegnarono agli Asburgo vari luoghi del Friuli, mentre Pordenone, Belgrado, Castelnuovo e Codroipo divennero “marcheschi” per sempre. Però ancora nel 1674 a Venezia si diceva “Pordenon, città d’imperatori”, fissando in veneto-furlano – anche sulle carte geografiche, da Magini a Ortelio e Coronelli – quello che per secoli era stato il toponimo Portenau o Portenaw.


In realtà lo stemma di Pordenone continuò ad apparire fra le località possedute da Rodolfo I, Federico III e Massimiliano, fino a Carlo V e Filippo II, così come dai nuovi arciduchi d’Austria, Stiria e persino del Tirolo – senza tacere dinasti connessi come i Gonzaga di Mantova – solamente per manifestare un’astratta “pretensione”. Cosicché qualche clamore ha suscitato nel 2014 ravvisarla addirittura fra il centinaio di titoli ereditati dall’omonimo Filippo, sesto del nome e attuale re della Spagna.

La predilezione di molti sovrani per la città-porto si era manifestata nella scelta di stemmi da inserire magari in spazi limitati quali appunto sigilli e medaglie, piatti, coppe e persino carrozze, oppure a decoro di ritratti ufficiali, di architetture e opere monumentali che ne divulgavano il nome in tutta l’Europa. Per esempio nel 1593 il celebre dittico olandese per le nozze di Filippo II e Margherita d’Austria, ora alla National Gallery di Londra: fra i diciotto stemmi che incorniciano il sovrano quello di Pordenone – aulicamente elevato a Portus Maioris – sta proprio davanti ai suoi occhi, e pare affascinarlo almeno quanto le contigue fattezze della sposa.

Il patrimonio storico della città può così riconoscersi in diversi oggetti concreti e quanto mai assortiti, reliquie di quelli che furono imperi diversi ma con eguale giurisdizione. Anche su tali evidenze la città del Noncello contava per salvaguardare la sua eccezionale “specialità”. Almeno fino al primo Ottocento quando, a dissolvere fra zolle friulane il singolare corpus separatum di Pordenone – la Portenau che l’Europa conosceva da secoli – non ci avrebbe pensato ancora un impero, quello di Napoleone Bonaparte. —

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