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Nuovi primari e cambiamenti logistici: ecco come il nuovo direttore ridisegna la sanità del Friuli centrale

Denis Caporale, 45 anni di Remanzacco, dal primo maggio è il nuovo direttore generale dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale, riferimento sanitario per 520 mila persone

UDINE. Il vicepresidente regionale Riccardo Riccardi lo ha presentato come «un professionista di alto profilo dalle confermate capacità gestionali». Denis Caporale, 45 anni di Remanzacco, dal primo maggio è il nuovo direttore generale dell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale, riferimento sanitario per 520 mila persone.

Per il dopo Braganti la Regione sceglie Denis Caporale: ecco chi è il nuovo direttore dell'Azienda sanitaria Friuli Centrale

Laurea in Giurisprudenza all’Università di Urbino e master di secondo livello in Economia e management della sanità alla Ca’ Foscari di Venezia, ha lavorato nel settore della cooperazione prima di entrare nel servizio pubblico dirigendo strutture per anziani come la Scrosoppi di Tolmezzo, la Brunetti di Paluzza e l’Asp di Cividale. È stato direttore dei servizi socio sanitari dell’AsuFc e del distretto di Udine.

Lei è uno dei più giovani direttori dell’Azienda e ha una formazione giuridica, un binomio che non passa inosservato...

«Compio 46 anni ad agosto. Quanto alla mia formazione, lo staff che sto definendo ha componenti che rappresentano la continuità, come Laura Regattin che manterrà l’incarico di direttore sanitario. Questa è una grande azienda che va riorganizzata nel suo complesso tenendo conto sia della parte sanitaria sia di quella amministrativa. Basti pensare al problema dei primariati, c’è bisogno di una certa stabilità che con i facenti funzione non è facile garantire. Si tratta di una “macchina” che ha bisogno di essere riaccesa per dare risposte al territorio».

Ci saranno cambiamenti?

«Sì. La riorganizzazione degli spazi di questo presidio e degli altri sarà fondamentale per ripartire; serviranno cambiamenti logistici per garantire spazi adeguati, quindi alcune funzioni che ora sono svolte all’ospedale di Udine potranno essere spostate altrove per garantire la riapertura dell’attività»

Assumerà primari?

«Certo, ho appena firmato l’avviso per due primariati al Pronto soccorso e all’Anestesia di San Daniele, dobbiamo fare in modo che l’attività dell’Azienda proceda senza strappi».

E il suo staff?

«Dopo aver nominato Mara Pellizzari alla guida del Distretto di Udine, confermata la presenza della dottoressa Regattin, sto vagliando alcuni curricula per assegnare la direzione dei servizi socio sanitari, a giorni nominerò il direttore amministrativo, poiché il dottor Alessandro Faldon è in uscita».

Sostituire medici e infermieri non sarà altrettanto facile...

«La carenza di personale è un problema storico che stiamo subendo soprattutto per la parte infermieristica. Attualmente queste professionalità sono impegnate sia in ospedale sia sul territorio, non possiamo rubare risorse ad altre realtà, come le strutture per anziani o per disabili. Dobbiamo fare attenzione ai numeri e avviare un’attenta programmazione per poter disporre di personale formato. Il primo obiettivo è mantenere le risorse all’interno del territorio, evitando esodi e dando possibilità alle professionalità di mostrare il loro valore. E poi faremo concorsi, cercando di essere attrattivi; sarà inoltre necessario attingere alle graduatorie di Arcs per reclutare infermieri».

La pandemia ha ridotto drasticamente la chirurgia e l’attività in elezione. Quando si riparte?

«Stiamo già ripartendo, la day surgery è stata riattivata a Palmanova, così come a San Daniele, e stiamo valutando la riapertura di altre sale operatorie a Udine, ma va detto che questo momento ci vede impegnati su tre fronti: l’attività ordinaria di cui dobbiamo riappropriarci si somma a quella straordinaria, che sta diventando quotidianità, del controllo sul territorio attraverso i tamponi e del contact tracing. E c’è anche la campagna di vaccinazione che ci vede impegnati in maniera forte e per la quale dobbiamo essere riconoscenti all’Università, fonte di collaborazione per l’impiego di specializzandi che sono forze nuove importanti. Riconoscenza va anche ai medici in pensione volontari che stanno dando supporto nell’attività anamnestica e ai nostri medici che coprono turni al di fuori dell’area di lavoro».

Quali sono i risultati della campagna di vaccinazione?

«Queste forze ci permettono di raggiungere i numeri prefissati: nell’ultima settimana abbiamo somministrato oltre 4 mila vaccini al giorno, raggiungendo anche le 5 mila unità, il target al quale puntiamo».

E fra il personale?

«Siamo a buon punto, poco più del 15% del personale non si è vaccinato. Nella nostra azienda l’adesione è stata massima fra i medici. Abbiamo defezioni fra le ostetriche e gli oss, ma sono già partiti i solleciti. Prima di valutare alcuni provvedimenti nei confronti di chi non si vaccina manderemo loro una lettera per invitarli a provvedere».

Bisognerà anche mettere mano al piano ferie

«Ci stiamo lavorando in questi giorni, si tratta di garantire un diritto a 8 mila persone, dipendenti che, in alcuni casi, hanno accumulato un numero di straordinari importante e che ringrazio perché con spirito di servizio si sono impegnati nella pandemia e hanno fatto la differenza. Ora hanno il diritto di godersi le ferie e di essere retribuiti con premi che saranno messi a disposizione, anche attingendo alle Rar».

A un anno e mezzo dalla sua nascita, con la fusione di tre aziende distinte, l’Asufc mantiene vistose disarmonie al suo interno

«Uno degli obiettivi principali è quello di avviare una riorganizzazione, garantendo uniformità ed equità rispetto all’offerta di salute sul territorio. La funzione dell’ospedale hub non deve andare a limitare i presidi ospedalieri minori, ma va programmata in rete. Il futuro si gioca sulla specialità e sulla capacità di dare una corretta risposta alle richieste del territorio».

Qual è il cronoprogramma?

«Dobbiamo lavorare con l’Università alla firma di un protocollo d’intesa per giungere all’atto aziendale entro la fine dell’anno. Sulla base di quel documento prenderà forma una riorganizzazione dei servizi sul territorio improntata a principi di uniformità e di equità, già ci siamo organizzati con aree distrettuali, saranno contenitore di alcuni funzioni che verranno riviste e equilibrate».

Alcune specialità durante la pandemia hanno avuto performance sovrapponibili a quelle del 2019, l’Oncologia per esempio.

«Non solo l’Oncologia, anche l’Ematologia, la Cardiologia, la Medicina interna e la Nefrologia hanno mantenuto quasi invariato lo standard di attività, per citare alcuni esempi, ma la stessa attività ambulatoriale è proseguita, anche se i tempi sono stati diluiti da procedure di sanificazione e valutazioni pre Covid».

A quando la riapertura dei punti di primo intervento?

«Siamo ancora in fase pandemica, i punti di primo intervento saranno riaperti nel momento in cui l’emergenza ce lo consentirà e sulla base delle professionalità a disposizione. L’obiettivo è garantire l’offerta sul territorio in piena sicurezza».

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