Scontro sull'indice Rt tra D'Incà e Fedriga: «Parleremo con i fatti, commissione riformare il sistema delle zone colorate»

UDINE. Polemica a distanza tra il ministro per i rapporti con il Parlamento, il grillino Federico D’Incà, e Massimiliano Fedriga, nelle vesti di presidente della Conferenza delle Regioni. Il casus belli, questa volta, non riguarda il coprifuoco, bensì l’indice Rt che il pentastellato non vorrebbe modificare, quanto a parametro utilizzato per stabilire il colore di un territorio, mentre il leghista, assieme agli altri governatori, è convinto di riuscire a cambiare per non rischiare di penalizzare fortemente le Regioni nelle prossime settimane.

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«Non servono fughe in avanti – ha dichiarato il ministro in un’intervista al Mattino di Padova –. È sbagliato alzare i toni per ottenere visibilità. L’Rt è un parametro fondamentale per capire l’evoluzione della pandemia, abolirlo oppure vanificarne l’effetto è un errore, un rischio che non possiamo correre. Per salvare l’estate ci vogliono comportamenti responsabili e insistere nella campagna di vaccinazione».

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Una posizione, questa, che non collima affatto con quella di Fedriga che, anzi, si dice quantomai convinto di portare a casa il risultato. «Abbiamo già aperto un tavolo tecnico con il ministero – ha detto – per la riforma degli attuali parametri e a D’Incà dico soltanto che noi parleremo, in settimana, con i fatti». Una linea, quella di Fedriga, ribadita anche dal suo numero due alla Conferenza delle Regioni e cioè il presidente della Puglia, il dem Michele Emiliano. «Il ministro Roberto Speranza sta lavorando con un’apposita commissione – ha spiegato – per riformare il sistema delle zone colorate, sottraendolo al ruolo che attualmente ha l’Rt che, con ospedali vuoti e contagi in numeri assoluti bassi, rischia, per il gioco delle percentuali di aumento, di riportare in zone a rischio elevato Regioni che sono a rischio basso».

Parole chiare e che si muovono in parallelo a quanto dichiarato da Silvio Brusaferro, venerdì in occasione della presentazione del monitoraggio settimanale nazionale, con cui ha spiegato come l’Rt così come lo abbiamo conosciuto potrebbe presto andare in archivio. E non per niente l’Istituto superiore di sanità (Iss) e il ministero della Salute stanno lavorando a una diversa classificazione del rischio. «Siamo in fase di transizione – ha detto il portavoce del Comitato tecnico-scientifico nonché presidente dell’Iss – e ci stiamo avvicinando a un nuovo scenario dove il numero persone vaccinate e protette sta crescendo rapidamente. È chiaro che anche il modello di valutazione del rischio e dell’allerta deve essere modificato».


Il problema, infatti, non è banale perché l’indice Rt è uno dei parametri più importanti per definire il colore di un territorio e, dunque, il grado di aperture e chiusure. In base alle regole attuali, infatti, con un’incidenza superiore a 50 casi ogni 100 mila abitanti in caso di Rt tra 1 e 1.25, e una valutazione di rischio complessiva come almeno moderata, una regione entra in zona arancione (mentre con rischio basso resta in giallo anche con l’indice superiore a 1.25), e in rossa in caso di parametro superiore a 1.25 con il rischio che deve essere almeno moderato. Il fatto che si considerino soltanto i numeri dei contagi, poi, fa sì che, paradossalmente, una regione possa avere un indice Rt elevato, e anche superiore a 1.25, con un semplice raddoppio di poche decine di casi. Pensare, dunque, di affrontare una stagione estiva con questa spada di Damocle delle chiusure sulla testa – mentre lo stesso Mario Draghi invita in turisti stranieri a venire in Italia – pare quantomeno azzardato.

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Per questo motivo, quindi, le Regioni chiedono di passare a un Rt ospedaliero – cioè che si basi sul tasso di occupazione di Terapie intensive e aree mediche – e, in secondo piano, all’incidenza settimanale che, lo ricordiamo, fa entrare in zona rossa un territorio nel caso in cui si superi il limite di 250 casi ogni 100 mila abitanti.

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