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La collega della Petrillo: «Ecco come mi sono accorta che fingeva di iniettare i vaccini ai bambini»

UDINE. «Quel pomeriggio la osservai con più attenzione del solito. Non era facile, perché copriva con la mano sinistra la siringa.

Ma quando riuscii a vedere ciò che faceva con la destra, mi resi conto che l’ago non veniva inserito completamente.

Sì, diciamo che lo infilava per un paio di millimetri, per lasciare che si vedesse il puntino, ma poi lo stantuffo non arrivava in fondo.

 

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Ecco, a quel punto andai in confusione. Ero incredula e continuai a occuparmi delle anamnesi.

Ma appena se ne andò, tra i rifiuti trovai del liquido sia nelle siringhe e nelle boccette gettate dopo la somministrazione, sia sulle pareti dello stesso bidone».

Silvia Pol conosceva Emanuela Petrillo dai tempi dell’università. Stesso corso di studi e, poi, stesso posto di lavoro: il distretto di Spresiano, in provincia di Treviso.

Dove nel 2016 si incrociarono per due volte, in febbraio e a giugno, fianco a fianco con la qualifica di assistenti sanitarie nelle operazioni di vaccinazione su bambini e adolescenti.

Fu proprio dai sospetti maturati nella seconda seduta, prontamente segnalati al capo dipartimento, che quell’estate partì l’indagine giudiziaria culminata nel processo in corso davanti al tribunale collegiale di Udine per le ipotesi di reato di falso, omissione d’atti d’ufficio e peculato.
 

Sospesa e, successivamente, licenziata per giusta causa, Petrillo, 35 anni, diventata mamma una ventina di giorni fa e finora mai presente in aula, si è sempre proclamata innocente, sostenendo di essere vittima di un complotto e respingendo qualsiasi etichetta di “no vax”.


Nell’udienza di martedì 11 maggio, intanto, a rievocare l’episodio che diede l’abbrivio all’inchiesta è stata proprio l’ex collega che l’avrebbe colta in fallo.

«Nell’ambulatorio c’eravamo soltanto lei, che aveva il compito di somministrare i vaccini, e io, che invece facevo l’anamnesi – ha detto la teste, rispondendo alle domande del procuratore facente funzioni Claudia Danelon –. In entrambe le occasioni, non sentii i bambini piangere.

Ma questo, almeno in febbraio, non mi colpì, perché era risaputo che con lei non c’erano reazioni.

Fu a giugno, quando mi avvicinai per individuare il sito di inoculo, che mi accorsi che l’ago rimaneva in superficie». Non basta.

«Notai che tendeva a dirigersi dal carrello, dove preparava il vaccino, alla scrivania, dove sedeva il paziente, tenendo la mano dietro la schiena – ha aggiunto – e che, buttando la siringa, faceva un momento come per svuotarla del contenuto».

Pura «fantascienza», così la teste ha definito il comportamento dell’ex collega, rispondendo al suo difensore, avvocato Paolo Salandin, che le obiettava di non averle chiesto immediate spiegazioni.

«Ero impreparata e non sapevo come gestire la situazione – ha detto –. Emanuela aveva la mia stessa anzianità e quello non poteva essere un semplice errore».

La conferma era arrivata dalla verifica fatta la sera stessa, insieme a un’altra collega, rovistando nel bidone dei rifiuti.

E a seguire - secondo l’accusa - dalla sfilza di casi di malattia lamentati da altrettanti genitori. Due, citati dalle parti civili, hanno testimoniato: la mamma di un bimbo che dopo la seduta con Petrillo, a Treviso, contrasse comunque il morbillo, e il padre di un ragazzino di Codroipo che visse cinque mesi d’infermo con la pertosse.

«Fu una novità assoluta», ha detto Andrea Iob, responsabile medicina preventiva a Gemona coinvolto nella task force costituita dall’Asufc per fronteggiare l’emergenza.

«Riscontrato che i bambini non avevano gli anticorpi – ha ricordato –, predisponemmo un calendario per i 5.400 con vaccinazioni dubbie».

Numeri che l’avvocato Salandin ha ricordato «non essere supportati da verifiche puntuali neppure rispetto all’operatore che eseguì le somministrazioni».

Ma che danno l’idea del «panico» che lo scandalo generò. «La notizia ebbe un effetto devastante sia su di noi, che eravamo un gruppo molto unito e che ci sentimmo traditi – ha detto Stefano Miceli, all’epoca coordinatore degli assistenti sanitari di Udine –, sia sulla popolazione, che perse fiducia nel nostro operato.

Alcuni genitori ci chiesero addirittura di poter filmare l’atto della vaccinazione, per essere sicuri che venisse fatta».

Prossima udienza il 22 giugno, con altri testi e l’eventuale esame dell’imputata. 

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