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I primari delle terapie intensive di Udine: «I pazienti “sani” si sono salvati, Covid letale per chi era già malato»

UDINE. Il Covid e i difficilissimi mesi vissuti in trincea dai medici delle terapie intensive che hanno lottato per salvare la vita ai pazienti, fronteggiando e studiando un nemico nuovo, un virus mai visto prima.

Un bilancio di questa esperienza nelle terapie intensive dell’ospedale di Udine guidate dal dottor Flavio Bassi, dalla professoressa Tiziana Bove e dal dottor Amato De Monte– e in particolare di ciò che è accaduto nella seconda e nella terza ondata – è stato stilato in questi giorni dagli stessi responsabili dei reparti.

Numeri alla mano, i medici sono arrivati a una conclusione netta, che dovrebbe anche indirizzare le strategie sanitarie della nostra regione nell’immediato futuro: «Riteniamo che debba essere sottolineato con forza che sono stati quasi assenti i pazienti “sani” cioè quelli affetti unicamente da Covid-19 – afferma il dottor De Monte – . Se ne deduce quindi che un fisico integro è in grado di contrastare con maggior possibilità di successo questa malattia».

«Sulla base anche di questi dati – prosegue De Monte – , sarebbe auspicabile incrementare a livello di scuola, associazioni, ordini professionali, incontri con la popolazione, una capillare informazione volta alla promozione di informazioni che insegnino ad apportare modifiche radicali delle nostre abitudini alimentari e di vita, sensibilizzare le persone sulla prevenzione al fine di portare la popolazione ad avere uno stile di vita più sano.

Un fisico con un sistema immunitario reattivo e un tenore di vita sano, sicuramente ha maggiori possibilità di affrontare la malattia senza andare incontro alle conseguenze più gravi».

«Dai dati emersi nella nostra indagine si evince che solamente il 12 per cento dei pazienti deceduti non presentava patologie pregresse – aggiunge il dottor Bassi – , mentre il 65% dei paziente soffriva di due o più patologie.

Le malattie cardiovascolari sono state quelle più frequentemente riscontrate, seguite dalla patologia tumorale e da quelle che compromettono organi come polmone, fegato e reni, senza dimenticare il diabete».

«Una scoperta assai inattesa – prosegue De Monte – è stata quella di aver riscontrato tra i malati di Covid un’incidenza di grandi obesi che mai ci saremmo aspettati nella nostra regione.

Si tratta di persone che raggiungevano il peso di 150-180 chilogrammi, sia uomini, sia donne. Bisogna tener presente che nei grandi obesi si riscontra sempre la presenza di diabete e/o malattie cardiovascolari».

I primari fanno notare che l’elevata incidenza di obesità, diabete, ipertensione, cardiopatia è legata alla cosiddetta sindrome metabolica, correlata quindi allo stile di vita quotidiano.

Fumo, alimentazione sregolata, stress e scarsa attività fisica, giocano un ruolo fondamentale nel predisporre l’individuo all’insorgenza di queste patologie.

Lo studio dei medici udinesi ha affrontato anche il tema dell’organizzazione delle terapie intensive quando si è verificata la cosiddetta seconda ondata.

«La strategia regionale di attivazione delle terapie intensive è stata la stessa della scorsa primavera – hanno detto De Monte e Bassi – , ricoverando dapprima tutti i pazienti a Udine in modo da ottimizzare le risorse, ridurre l’impiego dei presidi di protezione e lasciare liberi dal Covid gli altri ospedali della regione, in modo tale da consentire l’erogazione dei servizi durante la normale attività di assistenza.

In successione sono stati poi attivati i posti letto di Trieste, Pordenone e Palmanova. La chiusura della terapia intensiva Covid nella primavera 2020 avvenne il 30 aprile con la dimissione dell’ultimo paziente, mentre la riapertura della prima terapia intensiva regionale Covid risale al 23 luglio 2020, a Udine».

Le manovre di potenziamento dei posti intensivi nell’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale (Asufc) – si afferma ancora nello studio – hanno consentito di attivare, nella massima fase di gravità della terza ondata, un totale di 46 posti letto di terapia intensiva (36 all’ospedale di Udine e dieci in quello di Palmanova), contro i 28 allestiti la scorsa primavera.

I numeri confermano che la prima fase in regione è stata assai meno impattante delle successive.

«A Udine – dice il dottor De Monte – la scorsa primavera sono stati ricoverati 60 pazienti con un’età media di 65 anni e si sono registrati 10 decessi (16,6%) con età media 74 anni.

Nella seconda e terza fase invece, dal luglio 2020 al 15 aprile 2021 in Asufc sono stati ricoverati 666 pazienti con un’età media di 66,3 anni.

Per quanto riguarda i decessi legati al Covid, questi sono stati 195 (il 29% dei malati) con un età media di 70,5 anni.

Un’altra decina di pazienti è deceduta con tampone positivo ma per altre cause.

Pur trattandosi di numeri elevati, va precisato che la mortalità da Covid nelle terapie intensive nazionali raggiunge punte ben superiori al 40%.

Una nota a parte – conclude De Monte – va fatta per gli ultraottantenni tra i quali la mortalità è stata invece del 55% (32 decessi su 58 pazienti ricoverati)». —

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