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La mamma di Talotti: “Era consapevole, ha lottato per raggiungere i suoi sogni”

Paola Valmassoi, madre del saltatore in alto morto a Udine a 40 anni: “Se n’è andato serenamente, eravamo con lui”

UDINE. C’è un’istantanea, scolpita nell’album della memoria che mamma Paola Valmassoi sfoglia mentalmente per ricordare il figlio Alessandro Talotti, campione di salto in alto morto all’alba di domenica 16 maggio, capace con le sue lunghe leve e il sorriso scanzonato di esaltare e far esultare per anni non solo gli appassionati di atletica, ma pure Udine, il Friuli, l’Italia. L’istantanea, per nulla sbiadita, ritrae un dodicenne lungagnone che alza una coppa: erano le fasi nazionali dei Giochi della Gioventù, “lo ricordo con la coppa in mano, sorridente e compiaciuto: è stato lo spartiacque che gli ha fatto scegliere definitivamente l’atletica”, sorride dolcissima Paola: per il piccolo Talotti niente più calcio (giocava nel Campoformido tra i giovanissimi all’epoca: e se la cavava pure benone), nonostante uno zio professionista (37 presenze e un gol nel Bologna allenato dal petisso Pesaola e Giagnoni, tra il 1975 e il 1978).

Lo stacco dalla vita terrena Talotti l’ha dato qualche giorno fa, sposando la sua Silvia Stibilj, campionessa di pattinaggio a rotelle e mamma del piccolo Elio, che a osservarlo occhieggiare e sorridere sembra tanto di vedere Alessandro.  
Signora Paola, in quella ferma volontà di sposare Silvia c’è tanto di Alessandro.

“Ci teneva tantissimo. Con Silvia ci lavoravano da mesi, volevano sposarsi ancora a settembre. Poi hanno pensato di rinviarlo, perché Alessandro tutto sommato si sentiva bene, eravamo in pieno lockdown e Silvia aveva il pancione. Negli ultimi tempi, quando la speranza che comunque c’era sempre è apparsa più flebile, hanno deciso di accelerare”.
 

Alessandro è rimasto nella sua casa in Chiavris.
“E’ mancato poco dopo le 4, era sereno. Voleva fortemente stare qui, circondato dalla sua famiglia, vicino agli affetti, a qualche amico che anche negli ultimi giorni si è fatto vivo di persona o al telefono. Siamo stati al suo fianco anche in questa scelta: aveva visto abbastanza ospedali, con tutti quei cicli di chemio a cui si è dovuto sottoporre. Alessandro è stato seguito in maniera inappuntabile dal Distretto sanitario, dal suo medico di base, da tutti gli operatori: abbiamo conosciuto un mondo che non ci era noto, pieno di attenzioni e umanità”.

Come sono state le ultime settimane?
“Difficili. Ma Alessandro è stato sempre consapevole, ha accettato la malattia e noi con lui, per quanto sia dura per un genitore accettare una cosa del genere. Ha scoperto del cancro un anno fa, poi di recente si era sottoposto anche a una cura sperimentale che sembrava dare qualche risultato: invece non ha funzionato. Ci tengo a sottolineare che però i medici, e in particolare l’Oncologia dell’ospedale di Udine si è fatta in quattro per tentare di salvarlo: sono stati perfetti, perfetti”.


Tenace com’era Alessandro è riuscito a vivere appieno la nascita del figlio.
“Eccome se l’ha vissuta. Era la sua gioia, lo amava tantissimo. Andavamo su e giù in macchina tra Udine e Trieste: Silvia era al Burlo, Alessandro ha anche assistito al parto. E’ stato un miracolo vero”.

Si ricorda quando da bambino ha scelto la strada del salto?
“Come no. Giocava a pallone a Campoformido, del resto tre suoi zii hanno giocato a calcio a buoni livelli e uno, mio fratello Giorgio, anche in serie A. Ai Giochi della Gioventù si piazzò bene, andò a Torino e vinse pure una coppa: Mario Gasparetto l’ha notato e se l’è coltivato, facendolo crescere. Noi a un certo punto gli abbiamo detto: devi scegliere, o il calcio o l’atletica”.

E ha puntato sull’atletica.
“Senza più mollarla: si allenava sempre, era un perfezionista. Ci ha messo tutto sé stesso e ha raggiunto traguardi che neppure noi ci immaginavamo: ricordo ancora la sofferenza alle Olimpiadi di Atene, dove lo seguimmo con tutta la famiglia, con papà Mario e la sorella Debora. Io ero stressatissima – sorride –. Del resto nel salto vince sempre l’asticella”.

Un campione atipico: che si è preso la laurea (in fisioterapia), ha abbracciato la carriera federale e ha pure dato un contributo scientifico allo sport che amava, insegnando a Scienze Motorie.
“Era molto orgoglioso nel suo ruolo alla Fidal e al Coni. La cosa che forse gli ha dato maggiori soddisfazioni è stato però Udine Jump, che aveva voluto fortemente: lo sognava fin da quando era giovane, voleva replicare nella sua città il successo del meeting di Eberstadt, dove aveva gareggiato parecchie volte. Ci è riuscito: anche nell’ultimo anno, nonostante la malattia, ha lavorato alacremente per organizzarlo, destreggiandosi tra le maglie strette del Covid: sono sicura che i suoi compagni di viaggio lo porteranno avanti”.

La data dei funerali non è stata ancora fissata. Saranno celebrati a Campoformido, nella parrocchia dove Alessandro ha ricevuto i sacramenti: “Era religioso, negli ultimi tempi andava sempre a messa nella chiesa vicino casa, abbiamo pregato molto anche assieme. E don Cristian gli è stato molto vicino in questi ultimi mesi”, spiega mamma Paola. 

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