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Gli ultimi due mesi nella clinica di malattie infettive: i pazienti Covid ricoverati sono tutti non vaccinati tranne uno, ora fuori pericolo

Massimo Crapis, responsabile della Clinica di malattie infettive a Pordenone

UDINE. I primi risultati delle vaccinazioni furono – già nei mesi scorsi, nel pieno della pandemia – il quasi totale azzeramento dei contagi fra gli ospiti delle case di riposo e fra il personale sanitario degli ospedali, ossia due delle prime categorie che furono coperte con le immunizzazioni.

Ora che la campagna vaccinale è entrata nel vivo si raggiungono nuovi traguardi: lo svuotamento dei reparti ospedalieri e l’abbassamento dell’età media dei pazienti Covid.

Inoltre, da marzo a oggi, le persone che malauguratamente hanno avuto necessità di ricovero sono quasi tutte non vaccinate.

Parlano chiaro i numeri in possesso del dottor Massimo Crapis, responsabile della Clinica di malattie infettive di Pordenone.

«Anche se non abbiamo elaborato una vera e propria statistica, posso dire che negli ultimi due mesi nella nostra clinica sono transitati circa duecento pazienti Covid – sottolinea il dottor Crapis – e che soltanto uno era stato vaccinato.

Tutti gli altri non erano immunizzati. Per quanto riguarda questo paziente posso dire che si tratta di un uomo con età fra i 60 e i 70 anni, che non soffriva di altre patologie e non era neppure immunodepresso.

Le sue condizioni erano gravi, tanto che è stato ricoverato anche in terapia intensiva, ma poi è migliorato. Ora è fuori pericolo.

Si tratta di un caso raro, ma che rientra nelle percentuali di efficacia dei vaccini che, non dimentichiamo, sono circa del 95% e non del 100%.

Evidentemente il nostro paziente rientrava nella casistica di quel 5 per cento che non ha copertura. Ma, ribadisco, è un caso solo.

Tutti gli altri pazienti di questi ultimi mesi hanno contratto il coronavirus senza avere la copertura vaccinale».

«Le immunizzazioni anche in Friuli Venezia Giulia ci hanno aiutato a diminuire gli ammalati e dunque i ricoveri – prosegue Crapis – , inoltre è cambiata la tipologia del paziente che ha bisogno di assistenza ospedaliera.

Ecco come è andata qui a Pordenone. Nella seconda ondata, quella da ottobre a gennaio, il tasso di pazienti Covid con più di 80 anni era del 50 per cento.

In quest’ultima ondata, ossia da quando sono iniziate le vaccinazioni, gli over 80 sono calati al 10 per cento.

In generale, l’età media dei malati che abbiamo avuto nella nostra clinica era superiore ai 70 anni nella seconda ondata, mentre ora siamo scesi a un dato fra i 60 e i 70 anni».

L’abbassamento dell’età media del paziente non è una semplice evidenza statistico. Ha ricadute importanti su tutto il sistema sanitario.

Una persona più giovane reagisce meglio all’infezione e ha più probabilità di sopravvivenza.

«Con pazienti più giovani cambiano anche i tempi di degenza – spiega il medico – , che si accorciano sensibilmente.

Dunque anche il momento delle dimissioni avviene prima rispetto a quello a cui eravamo abituati con gli over 70 o gli over 80.

Il ricambio dei posti letto è più rapido e ciò permette di svuotare più velocemente i reparti, permettendoci di accogliere eventualmente nuovi malati».

Il dottor Crapis, sulla base dell’esperienza di questi mesi, aggiunge altre considerazioni sull’efficacia della campagna vaccinale.

«Anche se è ancora presto per fare stime o avere a disposizione studi completi su ciò che è avvenuto da quando sono iniziate le vaccinazioni, ci tengo a dire che non abbiamo riscontrato nessun effetto collaterale, non ci sono state ripercussioni di alcun tipo.

E a chi ritiene che la stagione più calda renda inutile l’immunizzazione vorrei ricordare che il vaccino non ha una durata di due o tre mesi, ma almeno di sei, con la prospettiva di arrivare fino a nove o dodici.

Dunque garantisce copertura da adesso fino al prossimo inverno. E poi ricordiamoci cosa è successo lo scorso anno proprio durante i mesi caldi.

Le ferie, i viaggi in altri Paesi, l’abbassamento dell’attenzione nei confronti del virus hanno fatto sì che in autunno l’epidemia si sia ripresentata con forza.

Dunque vaccinarsi ora impedirà al virus di colpire come lo scorso anno, insinuandosi fin dall’estate. Non solo. Ci metterà al riparo da eventuali nuove varianti che potrebbero diffondersi pericolosamente se non avessimo la protezione vaccinale».

C’è un ulteriore aspetto che potrebbe convincere gli indecisi e che si fonda su un principio più egoistico, ma molto convincente: per viaggiare nell’Unione Europea dal primo luglio si dovrà avere il “pass”, ora denominato “Eu digital Covid certificate” (Certificato digitale Covid della Ue).

Il certificato proverà che il viaggiatore è stato vaccinato contro il Covid o ha un certificato recente di negatività o è guarito dalla malattia.

Il certificato sarà disponibile sia in forma digitale (con il codice Qr) o cartacea. —

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