Donna torturata a morsi, l’accusa cade sul marito ma per la difesa è stato il cane: “Questo processo farà giurisprudenza”

Il cane Achille

È la notte tra il 4 e il 5 settembre del 2019 quando muore Eleonora Perraro. Il marito è accusato di omicidio aggravato e gli investigatori parlano di morte violenta. Di li a poco si scopre che a carico del Manfrini c’è un ammonimento orale del questore di Trento. Ma al puzzle investigativo manca un pezzo: il cane Achille

Una sentenza che sembra già scritta, l’impossibilità di provare che forse la verità è un’altra, la pressione dei media e dell’effetto platea.
 

In una foto postata sui social poche ore prima di morire, Eleonora Perraro abbracciata al marito Marco Manfrini mostra una gamba protetta da un tutore e scrive: “Buona serata a tutti da noi. Abbiamo cambiato look e la mia gamba a pezzi, ma tutto sommato la vita mi regala momenti speciali e fantastici. Una buona notte dal cuore”. Un momento felice confermato anche dal titolare del locale.

È la notte tra il 4 e il 5 settembre del 2019, in un paesino in provincia di Trento, muore Eleonora Perraro. Il marito è accusato di omicidio aggravato.

Quella sera i due trascorrono una serata al bar Sesto Grado, sulla strada che scende da Nago verso Torbole. Cenano, poi chiedono al gestore di fermarsi per la notte tra quei pouf, quegli ombrelloni e quegli ulivi che si trasformano nella scena del crimine: sul tavolino vicino al luogo dove si erano sdraiati ben visibili delle bottiglie di alcolici. Al risveglio l’uomo racconta di aver dormito al fianco della donna per poi scoprire che era morta.

Sentito in Caserma alla presenza del Pm e dell’avvocato difensore d’ufficio Elena Cainelli, Manfrini riferisce di non ricordare nulla dell’accaduto se non di aver passato la serata in quel bar e, dopo la chiusura, di essere rimasti lì insieme e di essersi poi svegliato come detto, con la moglie senza vita al suo fianco. Gli investigatori parlano di morte violenta. Di li a poco si scopre che a carico del Manfrini c’è un ammonimento orale del questore di Trento, notificatogli il 28 agosto dal commissariato di pubblica sicurezza del capoluogo a seguito di emissione di referto medico della moglie del pronto soccorso di Rovereto fattasi visitare dopo una lite coniugale.

Il puzzle sembra composto, peccato manchi un pezzo, per la difesa del Manfrini, il pezzo portante: un cane. Un labrador di nome Achille di proprietà della coppia. Achille è entrato in scena solo poche settimane fa, quando la difesa ha disposto una perizia sulle ferite presenti sul corpo della donna, perizia condotta da Paolo Pascolo – professore senior dell’Università di Udine e rappresentante dell’ateneo friulano per i Rapporti con i Corpi dello Stato – arricchita da una relazione dell’anatomopatologo Carlo Moreschi, lo stesso che si è occupato dei casi di Eluana Englaro e, più recentemente, del giocatore della Fiorentina Davide Astori: «La donna è stata uccisa dal cane, lo confermano le foto della scientifica dei carabineri».

Dello stesso parere anche il professor Daniele Rodriguez, anatomopatologo dell’Università di Padova. I tre esperti concordano nell’attribuire le lesioni mortali inferte ad Eleonora proprio all’animale, di 10 mesi e 32 chili (all’epoca dei fatti). I segni dei denti sul volto devastato della vittima e l’impronta della zampa sul collo (che, secondo i consulenti, sarebbe alla base di quello che per l’accusa indicherebbe il principio di strangolamento che ha portato alla morte) sarebbero segnali inequivocabili. E citano pure l’assenza di sangue sulla dentiera di Manfrini, trovata a terra. «Se avesse preso a morsi la moglie, insistono, avrebbe dovuto essere lorda».

C’è da dire che un essere umano non ha neppure un’apertura della bocca adeguata a mordere in quel modo, un cane invece sì. Ma perché aggredire il padrone? «La risposta è ancora nelle fotografie, reazione istintiva», dice Pascolo.

Ma la perizia sul cane Achille è stata un buco nell’acqua: Pascolo ha potuto osservare il cane solo a distanza. Una sorta di incidente probatorio, dunque, inutile ed al quale hanno preso parte anche gli assistenti di parte civile.

«Mi hanno impedito di analizzare il cane – conferma Paolo Pascolo –. La visione di Achille, per capirci, il giudice l’ha data a me ma io, per correttezza, ho invitato tutti a partecipare come osservatori. Peccato, però, che i carabinieri, su ordine della procura di Rovereto, abbiano bloccato la “visione” che, citando la Treccani è sinonimo di ispezione, e non abbiano concesso alcuna misurazione. Non solo, Achille è stato portato in un posto senza riferimenti per evitare appunto di essere misurato. Non mi è stato concesso nemmeno di posare una moneta a terra e men che meno di controllare il microchip, di toccarlo, di farmi mostrare i denti. Scattando alcune fotografie e studiando la granulometria del pavimento nonostante tutto sono riuscito a fornire al collegio giudicante alcune misure abbastanza precise, speriamo che il Processo non si incardini su “suggestioni” bensì su riscontri oggettivi».

Ancora Pascolo: «In Udienza del 18 maggio scorso è maturato il tentativo dell’accusa di screditarmi, parlando di ascientificità del mio intervento. Un aspetto questo che collide con l’articolo 358 del Codice di Procedura Penale che recita testuale: “Il pubblico ministero compie ogni attività necessaria ai fini indicati nell’articolo 326 (inerente l’azione penale) e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini”.

Un’accusa di non scientificità dovrebbe essere espressa, a sua volta, in termini scientifici e non semplicemente enunciata come un dato autoevidente, come nel caso della esternazione in aula del Pm. Di fronte alla posizione della difesa che offre una lettura alternativa delle testimonianze, cioè fotografie degli inquirenti, riscontri oggettivi degli stessi (non, in prima battuta, dei fatti) ovvero quando ci sono due o più testimonianze che si contraddicono, il dovere del Pm dovrebbe essere quello di metterle a confronto per poi arrivare, ove ragionevolmente possibile, alla ricucitura della discrepanza o alla esclusione/integrazione di una delle due. E di discrepanze ce ne sono tante, non ultime le condizioni del cane all’epoca dei fatti, le raccapriccianti lesioni sulla deceduta e i riscontri sul Dna dei Ris di Parma nella dentiera dove non c’è il Dna dell’accusato».

«Perchè le indagini non sono state inizialmente indirizzate anche sul cane? La risposta è semplice – prosegue Pascolo –: il cane era stato spostato dal luogo dell’evento prima dell’inizio delle operazioni del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, uscendo così di scena».

«Uso le parole scritte in un manuale di Diritto da Alessandro Miconi, dal titolo “Le indagini soggettive”: “Basti pensare che nel dibattimento (siamo in un’aula di giustizia) si innescano peculiari meccanismi psicologici quali “l’effetto platea”, cioè l’influenza del pubblico e dei mass-media sui testimoni”. Questo è un Processo che farà giurisprudenza».

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