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I ghiacciai delle Giulie resistono al caldo dell’ultimo trentennio

UDINE. Le intense nevicate degli ultimi 20 anni, comprese quelle nell’inverno 2020-21, sono un “toccasana” per i piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie.

Lo dice uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Atmosphere da un team internazionale, composto da ricercatori delle Università di Udine e Trieste, del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr-Isp, dell’Aberystwyth University in Galles e dell’Eötvös Lorànd University di Budapest.

Secondo quanto appurato nella ricerca, l’aumento degli estremi nevosi nel settore alpino orientale sarebbe alla base della resilienza dei piccoli ghiacciai sulle Alpi Giulie.

«A livello generale – commenta Renato R. Colucci, presidente della Società Meteorologica Alpino-Adriatica e ricercatore di scienze polari Cnr – le estati sempre più calde degli ultimi 30 anni sono condizioni sfavorevoli ai residui glaciali.

In Friuli Venezia Giulia, a differenza di quanto accade altrove, le abbondanti precipitazioni nevose registrate negli ultimi 15 anni hanno mantenuto quasi stabili i piccoli corpi glaciali delle Giulie. Si registra, addirittura, qualche lieve aumento di massa e ciò è strabiliante».

A favorire queste condizioni sono state, appunto, le abbondanti nevicate maturate nelle stagioni invernali 2008-09, 2013-14 e anche in quella appena trascorsa: fra dicembre 2020 e la prima decade di febbraio 2021, a quota 1.800 sulle Alpi Giulie la somma degli accumuli nevosi aveva già toccato i 10 metri.

Nonostante un aumento di 2 gradi della temperatura media invernale a 2.200 metri sul monte Canin tra il 1851 e il 2020, i piccoli ghiacciai resistono, dunque, allo scioglimento. Sulle Giulie, la temperatura media estiva è in costante aumento, passando da circa 7,5°C alla fine degli anni ’70, agli attuali 9,5°C.

Questo ha fatto sì che il periodo di ablazione, quello cioè durante il quale si generano fusione di neve e ghiaccio indotte dalle elevate temperature estive, si allunghi e si incrementi costantemente.

Tradotto in altri numeri, la ricerca comparsa su Atmosphere spiega che 30 anni fa se ne andavano nel corso di un’estate neve e ghiaccio corrispondenti a 4 metri 20 centimetri di colonna d’acqua uniformemente distribuita sui corpi glaciali, mentre adesso se ne vanno sotto forma di fusione estiva 5 metri e 30 centimetri.

Se i ghiacciai dell’arco alpino sono in sofferenza, grazie alle copiose nevicate la situazione sulle Alpi Giulie è ben differente.

Lo dicono i numeri: tra il 2006 e il 2018 la superficie topografica del corpo glaciale orientale del Canin si è alzata di 3,53 metri, mentre il volume è aumentato di 43.198 metri cubi.

Le misure sono frutto di oltre 10 anni di lavoro attraverso l’uso contemporaneo di metodologie diverse alle quali ha dato il suo importante contributo anche la Società meteorologica Alpino-Adriatica. —

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