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Guarnerius in scena, quando lo stupore delle anime semplici è da preferirsi alle voci inaridite delle Accademie

Conoscete la storia di Guarnerio D’Artegna, uno dei più importanti umanisti friulani? Si può raccontare la storia di un uomo straordinario capace di lasciare alla comunità di San Daniele e a noi tutti una delle più belle biblioteche pubbliche in Europa, con semplicità?

Si, se ci si mette di mezzo il teatro, quel teatro fatto da attori che per della nostra regione sono un’ eccellenza per longevità,  bravura e capacità di raccontare storie, e quindi Fabiano Fantini, Elvio Scruzzi e Claudio Moretti, ovvero il Teatro Incerto,  insieme a una delle persone più colte, intelligenti e generose del Friuli, il neo cavaliere Angelo Floramo, medievista, scrittore, insegnante nonché consulente scientifico della Biblioteca Guarneriana di San Daniele.

“Guarnerius”, è questo il titolo dello spettacolo che ha debuttato a Orsaria, sabato 5 giugno, grazie all’Ert, Ente Regionale Teatrale. Prodotto da CSS, Teatro Stabile di Innovazione FVG, La Contrada di Trieste, Teatro Miela Bonaventura, a.Artisti Associati, è uno di quegli spettacoli da non perdere, primo perché si impara molto della vita di monaco che davvero seppe mettere a frutto quanto aveva appreso dai libri, poi perché il Teatro Incerto è divertente, intelligente e sapiente, infine perché Floramo, tale Adelmo Selvaticus, priore della Badia di San Gallo in Svizzera, è perfettamente inserito nel trio, come se fosse un attore.

Certo molto dipende dalla sua intelligenza, da una innata capacità e piacere di comunicare e condividere quanto sa,  moltissimo dal fatto di essersi messo a disposizione di tre professionisti, sul palcoscenico dal 1982.

La drammaturgia ruota intorno al viaggio di due cramars e un calzolaio di Gradisca di Sedegliano. Ai tre, i signori di San Daniele  hanno affidato una missiva da portare a un monaco benedettino. E siccome narrare, errare, e vagare sono azioni legate a triplo filo, il tema del viaggio, declinato in una sorta di allegoria medievale, si interseca all’amore per il libri, al valore della conoscenza, ma anche al più prosaico tema della fame infinita e del valicare montagne per guadagnarsi da vivere.

L’incontro tra il monaco Adelmo, l’ erbolar, il Cjaliar e il sedonar, diventa occasione per scoprire che lo stupore delle anime semplici è da preferirsi alle voci inaridite delle Accademie e che condividere,  ascoltare, commentare e sollecitare un racconto è ancora oggi, come allora, uno dei grandi piaceri della vita.

Il monastero benedettino, che a sua volta è allegoria del corpo umano è raccontato solo attraverso le parole, i pochi oggetti di scena, i gesti e il canto.  Eppure pare di esserci dentro, così nella biblioteca e nel chiostro. Guarnerio è evocato in tutta la sua umanità, attraverso i suoi sogni e le sue cadute e le sue scelte modernissime e illuminate.

Altri monaci si affacciano sulla scena come fantasmi e a un certo punto pare di vederli gli amanuensi chini sui codici miniati.

 E se i tre attori  hanno un andare picaresco e straniante, da chierici vaganti o predicatori di strada,  Floramo porta sulla scena una voce antica quella che connette alla sapienza, alla natura e al cielo stellato.

Ci si commuove, si ride, ci si stupisce.

A proposito la lingua è il friulano. Un friulano che restituisce fruscii di pagine, utopie e rimpianti, che dilata l’atmosfera e restituisce al pubblico tutta la suggestione di un mondo antico che ha molto da raccontare.

Applausi calorosi e affettuosi del pubblico appena ritornato a teatro.

Al 50% della capienza, con le mascherine e gli attori “tamponati”.

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