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Lungo la via dei Balcani, il cuore del narcotraffico dove gli eroi della guerra sono diventati boss della droga

Se dici “rotta balcanica” oggi, pensi all’incredibile fiume di migranti incolonnati che attraversano la Slovenia, scortati dalla polizia nell’autunno del 2015. Quel binomio ti riporta a quella tragedia che è ancora attualità. Ma la stessa maledetta rotta, la “rotta balcanica” è anche quella seguita dalla droga che dall’Afghanistan arriva sui mercati europei e mondiali. Un traffico che ha le sue bande sparse in tutti i Paesi ex jugoslavi e che intrecciano la loro attività anche con il traffico di esseri umani, la prostituzione e il riciclaggio di denaro sporco, soprattutto con speculazioni edilizie nelle periferie delle principali città dell’area con la compiacenza della politica collusa.


Le origini: il periodo della guerra

Le mafie jugoslave nascono con la guerra 1991-1995 e inizialmente sono frange deviate e controllate dai servizi segreti per il contrabbando di armi, visto l’embargo dichiarato al tempo dall’Onu. Ma le armi sono care e per pagare le armi bisognava trafficare in droga per procurarsi il contante o lo scambio diretto con i fornitori di macchine della morte.

Finita la guerra non è ovviamente finito il crimine organizzato perché quelle che erano bande tollerate, un esempio su tutti le Tigri del comandante Arkan in Serbia, diventano trafficanti di droga. Droga che arriva dall’Afghanistan e che può seguire tre rotte lungo i Balcani, quella tradizionale passa da Turchia, Bulgaria, Macedonia del Nord, Serbia, Montenegro, Bosnia, Croazia, Slovenia e Italia. Ci sono poi due varianti, una settentrionale e una meridionale che venivano usate al tempo della guerra nella ex Jugoslavia.
 

Oltre l’eroina: le altre droghe

All’eroina sono subentrate oggi la cocaina e le droghe sintetiche. I gruppi criminali albanesi come quelli serbo-montenegrini sono i più attivi nel settore e si inseriscono in un sistema transnazionale che comprende i gruppi criminali sudamericani. I porti di Durazzo in Albania e di Bar in Montenegro sono i punti di passaggio più importanti da questo punto di vista.

I rapporti di forza mutati

Inizialmente le organizzazioni criminali balcaniche fornivano unicamente un supporto logistico ai più importanti cartelli della droga, ma col passare degli anni i rapporti di forza sono mutati e la grande disponibilità di mezzi e risorse ha permesso alle mafie serbe e montenegrine di diventare leader indiscusse del narcotraffico. Ultimamente però la loro leadership è insidiata dai “colleghi” albanesi che hanno dimostrato ai narcos sudamericani di avere a disposizione in Europa una formidabile rete di spacciatori diventando i principali grossisti di coca.

Un traffico da miliardi di euro 

Come riporta il World Drug Report, il rapporto sul mercato mondiale degli stupefacenti pubblicato dall’Ufficio dell’Onu per le droghe e il crimine, il 40% di oppiacei, eroina e morfina sequestrati nel mondo viene confiscato lungo la “rotta balcanica”. Se questo è il livello dei sequestri figuriamoci quanta ne passa di droga. I Balcani occidentali, dunque, dove peraltro i consumi di sostanze pesanti, eccezion fatta per l’Albania, sono ridotti, sono il principale luogo di transito di tutte le droghe, anche quelle che provengono dal Sud America verso l’Europa. Affari da miliardi di euro nelle mani dei clan che operano tra Serbia e Montenegro, con relativi investimenti e riciclaggi.
 

Le guerre tra clan

E dove ci sono soldi e molti topi che girano attorno ad essi è chiaro che le guerre tra clan sono all’ordine del giorno. La conferma arriva da Crna knjiga (libro nero) un database sviluppato da Radio Slobodna Europa e dal portale di giornalismo investigativo Krik. Crna knjiga raggruppa tutti gli omicidi in Serbia e Montenegro dal 2012 a oggi e gli investigatori ritengono che tutte le 101 persone uccise siano in qualche modo collegate al mondo della droga o alla pista mafiosa. Solo 5 casi sono stati risolti con una condanna. Per oltre il 70% degli omicidi non ci sono neppure i sospettati. Tanta potenza ai gruppi criminali deriva, come ne sono convinti i più importanti criminologi dell’area, dalla connivenza tra crimine e politica, magistratura e forze di polizia. I giornalisti di Krik hanno anche dimostrato i legami tra uno dei boss del narcotraffico e le istituzioni. L’ex ministro degli Esteri serbo Ivica Dačić ha riconosciuto di aver frequentato Radoljub Radulović, detto Miša Banana, collaboratore di Darko Sarić capo per anni del più potente narco-clan della Serbia.

Ultimamente la guerra più sanguinosa tra clan è avvenuta in Montenegro a Cattaro tra gli uomini di Kavac e quello di Skaljari, mentre l’ultima grande operazione anti-mafia della polizia serba è datata 2003, si chiamava Sablja (spada) e portò all’arresto di 10 mila persone del clan di Zemun, periferia di Belgrado.

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