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Maxi evasione fiscale, la difesa del critico d’arte Granzotto: «Sarà una battaglia per l’onore a costo di arrivare a Strasburgo»

PORDENONE. «A costo di andare fino a Strasburgo, la mia sarà una battaglia per l’onore». Giovanni Granzotto è pronto a difendersi in tutte le sedi e bolla le accuse come «infamità»: «La storia della mia vita non credo che lo meriti». «Se ho sbagliato da un punto di vista fiscale pagherò, ma non possono farmi passare per un delinquente, perché non lo sono».

Celebre critico d’arte, negli ultimi 45 anni ha organizzato quasi 500 mostre nei musei di tutto il mondo e ha al suo attivo più di 400 pubblicazioni di testi critici. Ha fondato nel 1978 a Sacile lo Studio GR, con annessa galleria d’arte, dove sono passati i nomi più importanti del firmamento artistico, ha diretto alcune delle maggiori case d’asta italiane negli anni Ottanta e Novanta. Lo Studio, fra l’altro, sostiene i progetti dell’associazione Art for children and mothers, che si occupa di solidarietà attraverso l’arte.

Granzotto sottolinea di aver raccolto, nella sua collezione privata, migliaia di opere: donazioni di artisti scoperti da lui, eredi, amici: opere di Gino Morandis, Afro Basaldella, Tancredi, Emilio, Giuseppe Santomaso. «Solo del maestro Riccardo Licata ho più di mille quadri». Il critico spiega di aver cominciato a dismettere la sua rinomata collezione, nel 2007, a seguito di problemi di salute: «Ho subito 11 interventi chirurgici». Da quel momento, dice, non ha più comprato un quadro, li ha solo venduti, per mantenere la sua famiglia e tenere in piedi lo Studio d’arte, che ha finanziato con i suoi guadagni, «perché è una delle eccellenze italiane».

I collezionisti, se vendono le opere di loro proprietà, non devono pagare le tasse. «Io ho venduto i miei quadri – continua Granzotto –, non credevo di dover pagare le imposte. Mi accusano di non aver versato circa 70 mila euro di tasse l’anno, in 7 anni». A suo avviso l’unico errore è stato rimanere amministratore unico dello Studio d’arte G.R., così «questa commistione fra le opere di mia proprietà e quelle dello studio è stata data per implicita anche in termini di reddito personale.

Tutte le parcelle le ho fatturate tramite lo Studio». Il critico precisa «di aver agito dal punto di vista etico e morale nella più assoluta e totale correttezza e trasparenza». Nega l’esistenza di vendite in contanti, «a parte i versamenti sul conto di mia moglie di quadri venduti alla casa d’asta», nega anche versamenti a terzi compiacenti: «In sette anni di radiografie non hanno trovato una lira di nero». «Tutti pagamenti tracciabili».

Quanto agli assegni in bianco «sono due ed erano stati dati a garanzia, non a fronte di operazioni commerciali». Evidenzia che l’esportazione di quadri alla società di New York in cui ha una partecipazione non è stata fittizia: «Li abbiamo esposti in galleria, sono quasi tutti rientrati, abbiano rinnovato la temporanea esportazione. Gli inquirenti hanno confuso i rientri con ulteriori partenze». Ricorda la perquisizione della Finanza il 10 aprile 2019: «La più brutta giornata della mia vita. Li ho aiutati a fare l’inventario dei quadri. Ho ccollaborato con la la giustizia, come sempre. Ora spero che la verità venga fuori in maniera chiara e evidente».

«Le indagini difensive sono ancora in corso – ha precisato il suo legale di fiducia Paolo Pastre –. Abbiamo incaricato consulenti in materia tributaria per effettuare una verifica sulle contestazioni mosse dalla guardia di finanza». 

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