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Nuovo stadio dell'Udinese: i simboli non si toccano, si rispettano e basta. A volte perdere vale come una vittoria

Il piccolo Friuli, pronto a incensare il giusto ma una volta tanto capace pure di arrabbiarsi e di dire la sua su aspetti solo all’apparenza marginali: ma perché cambiate nome allo stadio?

Immagino siano pochi i genitori che non invidiano paron Pozzo. Intendo papà Gianpaolo che in 35 anni di calcio (e 26 consecutivi in serie A), sia pure in una realtà periferica, ha trasformato una passione in successo, visibilità, stima generalizzata.

Affiancato da lady G, fiera sovrintendente della coesione e degli interessi familiari, con visioni anticipatrici e sviluppi imprenditoriali è stato in grado di trasmettere ai figli un’eredità formidabile, addirittura uno stadio avuto in concessione dall’ente pubblico per quasi un secolo tramite un’operazione ritenuta magistrale e apripista. Uno stadio bellissimo, infiocchettato, che è toccato come cadeau alla figlia, così che Magda mettesse a frutto lauree e master di valenza internazionale nello sviluppo del businness e del marketing.

Nell’organigramma societario è la “strategic marketing coordinator” mentre il fratello Gino, stabilmente a Londra con famiglia, cura da manager planetario la parte sportiva del gruppo comprendente anche il Watford, appena ritornato in Premier. Insomma, personaggi da circuito internazionale che garantiscono valore aggiunto e immagine alle aziende di famiglia. Con logico orgoglio dei genitori.

PER APPROFONDIRE

Sono andati avanti, sempre avanti, i Pozzo, senza troppo guardarsi dietro, senza chiedersi se la loro corsa, legittima e appagante sul piano personale, avrebbe potuto lasciare indietro o addirittura mortificare il piccolo mondo dal quale tutto è nato. Il piccolo Friuli, pronto a incensare il giusto ma una volta tanto capace pure di arrabbiarsi e di dire la sua su aspetti solo all’apparenza marginali: ma perché cambiate nome allo stadio? Perché mutare denominazione alla nostra storia? Vi siete informati sul significato identitario e universale di quel nome, monumento alla rinascita, al coraggio e al cuore di un popolo?

I simboli non si toccano, si rispettano e basta. E il riconoscerlo sarebbe segno di nobiltà, di intelligente legame col territorio. Un concetto potente, ribadito dalla sensibilità collettiva quando anni addietro furono garbatamente respinte le proposte di intitolare lo stadio ad Alfredo Foni e poi a Enzo Bearzot: personaggi immensi, eppure non sufficienti se rapportati al mito rappresentato dall’arco che unisce e abbraccia.

Figurarsi se può essere accettabile il nome di una marca di automobili, che pure impazza su alcuni media più vicini di altri alla società.

Che cosa può accadere ora? La società appare così permalosa al punto da mandare avanti, in presenza delle osservazioni dell’Anac, il direttore amministrativo per ribaltare la scena: siamo stufi di continui assalti, dateci i 48 milioni investiti e togliamo il disturbo!

Chissà, forse, come si cantava un tempo, “Bisogna saper perdere”. Che poi perdere da signori vale una vittoria.

 

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