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Addio al capitano di industria Marco Fantoni, simbolo del Friuli che si rimise in piedi dopo il terremoto del '76

Il giorno della laurea ad honoris causa dei grandi capitani di industria friulani

Questa è la grande storia di Fantoni e dei suoi colleghi che possiamo vedere decisi, pronti a ripartire nel maggio 1976. Loro, i nostri capitani d'industria, c'erano tutti e spiegarono per bene cosa occorreva nell'immediato: “Prima le fabbriche, poi le case”

OSOPPO. Le storie delle industrie friulane più note e longeve sono simili. Nacquero nel clima del secondo dopoguerra, quando c'era tutto da fare e da ricostruire e quando, partendo dal poco o dal niente, ma avendo una profonda fede in se stessi, nella capacità di sacrificarsi e nell'arte del lavoro, si poteva davvero sognare in grandissimo. È lì che affondano le origini e le radici i nostri straordinari capitani d'industria, uomini che hanno inventato aziende gioiello, destinate a durare, a moltiplicarsi, a dare finalmente sicurezza a famiglie altrimenti costrette all'emigrazione, piaga endemica delle nostre terre. E ci sono riusciti superando ogni tipo di prova, anche quella immensamente tragica del terremoto del 1976, quando in un attimo le fabbriche stramazzarono finendo dentro un incubo.



Il cavaliere del lavoro Marco Fantoni era l'ultimo grande testimone di quell'epoca, che lui ha vissuto in prima fila, come protagonista, anche nell'ambito della Confindustria, ma con discrezione, quasi con lo scrupolo di non dover apparire per rivelarsi invece attraverso i fatti concreti, e cioè le conquiste e i passi avanti del suo gruppo e, più in generale, lo sviluppo di una regione come la nostra, fragile sotto l'aspetto economico, penalizzata a lungo dal macigno delle servitù militari imposte alle zone di confine, che bloccavano iniziative o espansioni.

Parlare in quest'ora di dolore di Marco Fantoni significa evocare un mondo unico e irripetibile nel quale l'imprenditore gemonese ha avuto un ruolo preminente, accanto a personaggi della sua generazione con i quali ha condiviso percorsi analoghi, pur operando ciascuno nel proprio ambito produttivo. Nella zona industriale dei Rivoli di Osoppo, creata nel 1970, c'erano anche gli stabilimenti di Andrea Pittini, pure di origini gemonesi e coetaneo di Fantoni essendo nato nel 1930, e poi quello di Ilvo De Simon, classe 1926. Di qualche anno più anziano era il maianese Rino Snaidero, del quale in novembre ricorreranno i cento anni dalla nascita. Sono dati anagrafici interessanti perché aiutano a capire a quali età, da giovani e autentici “self made man”, seppero affermarsi e mostrare un sorprendente talento cogliendo le circostanze in un Paese obbligato a darsi una struttura industriale.

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Questa è la grande storia di Fantoni e dei suoi colleghi che possiamo vedere decisi, pronti a ripartire, in foto in bianco e nero scattate a Osoppo e a Udine l'11 maggio 1976, quando il presidente della Confindustria, avvocato Gianni Agnelli, venne a visitare le zone sinistrate. Loro, i nostri capitani d'industria, c'erano tutti e spiegarono per bene cosa occorreva nell'immediato, per non farsi piegare dal disastro. Come si legge negli articoli del Messaggero Veneto, poche parole, gesti espliciti, senza perdere tempo. Erano momenti nei quali, condivisa da tutti (politici di maggioranza e opposizione, amministratori, sindacalisti, la stessa Chiesa), circolava una precisa priorità nella ricostruzione, sintetizzata così: “Prima le fabbriche, poi le case”.
 

La formula funzionò perché tutti in maniera silenziosa fecero la loro parte riaccendendo la speranza. Un popolo intero ebbe fiducia in se stesso, grazie anche a chi all'interno delle aziende operò nel modo migliore e nell'interesse generale. Ecco perché imprenditori come Marco Fantoni vanno ricordati per essere stati protagonisti fondamentali nel momento più difficile. Uno stile, un modello, una capacità di azione a cui essere riconoscenti sempre, con sincerità friulana.

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