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Quanto pesa l'emergenza sul mercato del lavoro in Fvg? Persi 10 mila occupati negli ultimi cinque anni

UDINE. Quanto sta pesando l’emergenza Covid sul mercato del lavoro del Friuli Venezia Giulia? La domanda non sembrerebbe di quelle da un milione di dollari, nell’epoca in cui tutto è tracciato e messo in rete, ma nessuno è ancora riuscito a dare una risposta certa. Neppure l’Istat, che ha rimandato ai dati dell’intero 2021 l’appuntamento con il suo prossimo aggiornamento regionale sull’occupazione. Gli ultimi dati, quelli relativi all’intero 2020, ci dicono che il lavoro autonomo sta soffrendo di più: 3 mila, infatti, le unità perse rispetto al 2019, e addirittura 10 mila tra il 2015 e il 2020. Tutto questo mentre i lavoratori dipendenti, sempre secondo l’Istat, risalivano dai 389 mila del 2015 ai 417 mila dello scorso anno.

GUERRA DI CIFRE

Il terreno dei numeri, a dire il vero, non è mai stato così scivoloso come in questi tempi di pandemia. E non solo perché l’Istat ha rivisto secondo i parametri europei alcuni criteri, su tutti quello – fondamentale – da cui dipende la collocazione di un lavoratore saltuario tra le file degli occupati o dei disoccupati. Oltre a questo, la pandemia sembra aver compromesso l’affidabilità dei campioni, tanto che l’istituto, sul 2021, fornirà gli aggiornamenti regionali soltanto con i numeri del quarto trimestre. Ecco perché non sappiamo come stiano andando le cose, adesso, in Friuli Venezia Giulia. Le statistiche nazionali, nel frattempo, ci dicono che per il lavoro autonomo l’andamento negativo sembra aggravarsi ulteriormente. Nel primo trimestre, infatti, il numero di lavoratori autonomi nel nostro Paese è sceso per la prima volta sotto quota 5 milioni, quasi 200 mila in meno rispetto a gennaio-marzo 2020.



DIPENDENTI E AUTONOMI
Detto che il confronto tra dipendenti e autonomi rischia di trasformarsi in una sterile guerra tra chi sta peggio, specie in un quadro statisticamente più incerto del solito, l’analisi sul lungo periodo conferma una progressiva fuga non tanto dal lavoro, quanto dal lavoro autonomo. E se è vero che poche ore di occupazione, purché recenti, possono essere sufficienti per creare un occupato ai fini della statistica, è evidente che dopo la grande crisi del 2008-2009 la curva in chiara discesa è quella del lavoro autonomo. Mentre quella del lavoro dipendente ha ripreso a crescere per superare addirittura, secondo l’Istat, i livelli pre-recessione.



LE TUTELE
In termini percentuali, a livello nazionale la flessione registrata nel primo trimestre tra i lavoratori autonomi è del 4% rispetto ai dati del quarto trimestre 2020 e addirittura del 6% se il confronto è con i primi tre mesi del 2020: un impatto quasi doppio rispetto a quello riscontrato nell’ambito del lavoro dipendente. La spiegazione, secondo molti, va individuata in un sistema di tutele concepito per tutelare il grosso della platea, i dipendenti, attraverso l’estensione della cassa integrazione e il blocco generalizzato dei licenziamenti: una rete di protezione più forte rispetto a quella costruita per gli autonomi, basata su un succedersi di aiuti, ristori e misure tampone che non sono state sufficienti a salvare dalla chiusura molte imprese e partite Iva. Connesso a questo il grande tema della riforma degli ammortizzatori: se la causale Covid ha portato, sia pure soltanto per una fase straordinaria e limitata, all’estensione della cassa integrazione a tutte le tipologie di lavoro dipendente, l’obiettivo resta lontano e oggettivamente di difficile soluzione per il popolo delle partite Iva.

CAMBIO CULTURALE
Non è escluso che possano pesare anche fattori di tipo culturale o dinamiche economiche di lungo periodo, dalla fuga dal lavoro manuale (e quindi dalle professioni artigiane) alla chiusura di tante piccole aziende perché assorbite da realtà più grandi o per la mancanza di un ricambio generazionale in ambito familiare. Dinamiche, queste, che il Covid può aver contribuito ad accelerare.

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