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Perché si parla tanto della variante Delta? Cosa succede in Inghilterra, i casi in Lombardia e gli scenari per l'Italia

Galli: «Quella indiana è arrivata, i voli andavano chiusi prima, ci saranno altri casi». Il premier Johnson rinvia le riaperture: «Serve un altro mese per vaccinare»

Per Massimo Galli, professore ordinario di Malattie Infettive alla Statale di Milano, è troppo tardi: «I voli con l’Inghilterra andavano chiusi prima, la variante indiana è già arrivata in Italia. Il caso della palestra Virgin è solo un esempio, ma ce ne sono stati e ce ne saranno altri». Che le varianti possano essere uno dei due problemi che rallentano l’uscita dalla pandemia, insieme all’incerta durata dell’immunità dei guariti e dei vaccinati, lo dicono ormai tutti gli scienziati.

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«L’indiana ci spinge a migliorare il sequenziamento, la genotipizzazione, per cui abbiamo stanziato dei fondi - spiega il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri -. L’obiettivo è di raddoppiarli per mettere in rete tutti i laboratori con l’Istituto superiore di sanità. Cercare le varianti è prioritario quanto andare avanti con le vaccinazioni». Come per i vaccini il laboratorio resta quello inglese. Per Sileri «in Regno Unito si contagiano con la variante indiana i non vaccinati e chi ha fatto solo una dose. Poi c'è una parte residuale, ma da considerare, che ha avuto entrambe le dosi. Significa che questa variante è combattuta dai vaccini, però bisogna correre con i richiami».

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet servirebbero infatti due dosi per avere una forte protezione contro il nuovo ceppo, sebbene sia inferiore rispetto a quella ottenuta contro la variante inglese. Per Pfizer si parla di una copertura del 79 per cento contro l’indiana, rispetto al 92 contro l’attuale. Mentre per AstraZeneca la protezione è del 60, rispetto al 73.


Il problema è che a ieri in Italia, dove per la prima volta da settembre i contagiati sono scesi a 907 sotto quota mille e i morti erano 36, i vaccinati con una dose erano circa la metà degli italiani e quelli con due dosi un quarto. In Regno Unito, dove la vaccinazione è molto più avanti e la variante indiana pure, il premier Boris Johnson è corso ai ripari rimandando le riaperture dal 21 giugno al 19 luglio: «Serve più tempo - ha scandito da Downing street - per dare al servizio sanitario qualche settimana in più per somministrare i vaccini a chi ne ha bisogno». Per cercare di limitare l’aumento dei contagi, ora del 64 per cento a settimana, restano così in vigore le limitazioni sul numero di persone ammesse in pub, ristoranti, cinema e stadi, mentre le discoteche rimangono chiuse. Sempre valida anche l'indicazione al lavoro da casa per chi può.

Per gli scienziati inglesi non c’è altra soluzione contro la variante indiana, detta Delta, trasmissibile fino al 60 per cento in più del ceppo inglese (o Alpha) e che causa il doppio dei ricoveri in ospedale. «E’ candidata a diventare prevalente pure in Italia - avverte il professor Galli -, ma giocherà un match contro la campagna di vaccinazione. Per questo non sono pessimista. Il vero rischio lo correrà quella piccola parte di non vaccinati o di vaccinati con scarsa reazione del proprio sistema immunitario».

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Diventa così più che un suggerimento testare gli anticorpi, spiega Arnaldo Caruso, presidente della Società italiana di Virologia: «I nuovi soggetti a rischio sono gli anziani, i malati e gli immunodepressi. Per queste categorie è importante verificare l’efficacia dei vaccini. Questo soprattutto in vista dell’autunno, quando potrebbe esserci un ritorno del contagio». Per Caruso la variante indiana è destinata a diventare la prima a livello globale: «Inglese, brasiliana, sudafricana e nigeriana, resteranno solo un ricordo, perché questa è più infettiva di tutte. Speriamo però che sia l’ultima variante pericolosa, perché ormai il virus le ha provate tutte, ha scambiato l’ordine degli addendi, ma più di tanto non può fare. La previsione è che l’indiana muti in una sua versione più innocua».

Anche se Fabrizio Pregliasco, ricercatore di Virologia alla Statale di Milano, avverte: «Il virus continua a circolare nel 20-30 per cento dei vaccinati su cui il vaccino fa meno effetto. La prima e ancor più la seconda dose evitano i casi gravi, ma non la diffusione e la mutazione».

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