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Covid, quando finirà l'emergenza? La promessa di Speranza: «A fine luglio Italia ne sarà fuori»

Il ministro della Salute: cambiare farmaco per il richiamo si fa da mesi in Germania e Francia Con Draghi totale sintonia, nel governo c’è condivisione: Lega astenuta solo su un decreto 

ROMA. «I vaccini sono la chiave per aprire una fase nuova». Roberto Speranza lo ripete come un mantra e, dopo mesi e mesi di cautela, lascia spazio a un po’ di ottimismo: «Con i dati che arriveranno venerdì, il 99% degli italiani sarà in zona bianca», dice il ministro della Salute, che spera di non rinnovare lo stato di emergenza in scadenza il 31 luglio, «per dare un segnale positivo al Paese».

Nell’intervista con il direttore de La Stampa, Massimo Giannini, per la trasmissione “30 minuti al Massimo” (la versione integrale su lastampa.it), Speranza torna sulle polemiche legate al vaccino di AstraZeneca, «sul quale le indicazioni sono cambiate per l’evoluzione delle evidenze scientifiche», e sui nuovi attriti con le Regioni, che «sul “crossing vaccinale” devono adeguarsi alle nuove disposizioni, le regole valgono a livello nazionale». L’importante è che la campagna vaccinale non rallenti, «perché da quella dipende la nostra ripartenza».

Ministro, la zona bianca ormai riguarda circa 40 milioni di italiani, le chiusure e le restrizioni sono servite?

«Avere due terzi del Paese in zona bianca è il frutto delle misure rigorose adottate e della campagna vaccinale che procede con numeri molto buoni. Nell’ultima settimana abbiamo registrato 11mila nuovi casi, che prima contavamo in un giorno, e i ricoveri in terapia intensiva sono un sesto rispetto a poche settimane fa. Ma è necessario continuare sulla strada della prudenza e della gradualità, su questo punto c’è un’ampia condivisione anche tra i cittadini».

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Meno nella maggioranza di governo, dal centrodestra l’hanno accusata di essere il leader dei “chiusuristi”, che uccidono l’economia…

«Ciascuno risponde alla propria coscienza, io ho giurato sulla Costituzione di garantire il diritto alla salute delle persone. Ma trovo inaccettabile la contrapposizione tra ripartenza economica e battaglia sanitaria: vincere quest’ultima è la premessa per la ripresa».

Dica la verità, si è sentito sempre “coperto” dal premier Draghi?

«Sempre, c’è totale sintonia tra noi, ma devo dire che, nell’ambito del governo, ho riscontrato molta condivisione: solo su un decreto la Lega ha deciso di non votare. L’ho detto anche a Salvini, la prima regola per me è non fare politica sulla pandemia, in cerca di consenso. Non ci si può mettere a litigare sul numero delle persone sedute ai tavolini, facciamoci guidare dalla scienza».

La scienza, però, non vi ha aiutato molto nella contorta vicenda del vaccino di AstraZeneca: a febbraio era buono fino a 55 anni, poi si è arrivati a 65, poi è diventato raccomandato per gli over 60, ora va dato solo a loro. Così si crea disorientamento, no?

«Come in tutti i principali Paesi europei e del mondo, abbiamo mutato le indicazioni seguendo il parere delle agenzie regolatorie, del Comitato tecnico-scientifico, degli esperti. Col passare delle settimane, le evidenze scientifiche hanno fatto consolidare nuove posizioni, ma del resto è successa la stessa cosa anche con le mascherine: all’inizio l’Oms ci diceva che andavano usate solo da chi era malato e dagli operatori sanitari».

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Quanto ha inciso, in quest’ultimo cambio di orientamento, la morte della 18enne Camilla Canepa?

«Una discussione in questo senso era in corso da tempo tra gli scienziati e ogni singolo caso, per quanto tragico, va esaminato nella sua particolarità. È chiaro che noi dobbiamo pretendere massima chiarezza e comunicare in modo lineare. Non dimentichiamo mai, però, che i vaccini sono lo strumento essenziale per aprire una fase diversa».

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Premesso che qui a La Stampa siamo “sì vax” convinti, c’è chi dice che stiamo facendo la fase 3 della sperimentazione sulla nostra pelle. È così?

«No, ricordo che sia l’Ema che l’Aifa hanno dato l’ok ai vaccini dai 18 anni in su e non hanno mai cambiato opinione su questo. Poi c’è da tenere conto del rapporto tra rischi e benefici: questi ultimi con AstraZeneca crescono nettamente con un’età più avanzata. Se la circolazione virale fosse stata ancora alta, lo avremmo usato in tutte le fasce di età. Il cambio di quadro epidemiologico è il fattore decisivo».

Matteo Salvini ha parlato di bambini e ragazzi usati come “cavie da laboratorio”…

«Un errore molto grave, la parola “cavia” non dovrebbe essere usata nel nostro dibattito pubblico. In un grande Paese come l’Italia, nessuno è una “cavia” e lo garantisco con forza».

Sono infondate anche le preoccupazioni sul mix di vaccini, cioè la seconda dose con Pfizer o Moderna dopo la prima con AstraZeneca?

«Sì, perché il cosiddetto “crossing vaccinale” è una cosa che la Germania fa da due mesi, che anche la Francia e la Spagna fanno da tempo: è una procedura che ha dato buoni risultati, non sono invenzioni, ma evidenze e studi scientifici».

Allora non era meglio dare un ordine preciso, invece di fare una raccomandazione? Così sembrate dire: «Fate voi…».

«Non è così, le questioni di natura sanitaria, a cominciare dalle strategie vaccinali, sono definite a livello nazionale e devono valere “erga omnes”. Lo ha stabilito chiaramente anche la Corte costituzionale. Non stiamo al dibattito politico, in cui si possono avere opinioni diverse: queste sono indicazioni scientifiche e perentorie, vanno rispettate».

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Il presidente della Campania De Luca non è convinto, e anche dal Lazio esprimono perplessità. Se non si adeguano?

«Devono adeguarsi. Dalla Regione Campania è arrivata una richiesta di spiegazioni nel merito, che verranno date a strettissimo giro. Capisco che ci possano essere tempi diversi di adeguamento a una direttiva, esigenze particolari di riorganizzazione della campagna, ma alla fine le nuove indicazioni devono essere applicate in ogni angolo del Paese. E sono sicuro che, da parte delle Regioni, ci sarà la giusta attenzione nell’attenersi al parere degli scienziati».

Ma la sensazione dello scaricabarile resta: il presidente della Liguria Toti ha ricordato che gli “Open day” sono stati autorizzati dal Cts, il direttore dell’Aifa li ha criticati. Forse era meglio non farli?

«Guardi, il vaccino AstraZeneca è stato usato in maniera larga nella fase epidemiologica più acuta, il cambio di fondo c’è stato nelle ultime due o tre settimane, perché l’Italia è passata a un livello di rischio basso. Gli “Open day” possono ancora essere fatti, ma rispettando i criteri anagrafici per i diversi vaccini. Quindi, con AstraZeneca solo sopra i 60 anni, dove tra l’altro abbiamo ancora un pezzetto da recuperare, circa 3 milioni di persone».

E come li andate a prendere?

«Sopra gli 80 e i 90 anni abbiamo un’adesione oltre il 91%, ora dobbiamo usare le strutture di capillarità del servizio sanitario: la prima sono i medici di medicina generale, che conoscono i pazienti e hanno con loro un rapporto fiduciario. Va fatto un lavoro specifico di ricerca e, in prospettiva, dobbiamo provare a rendere ordinaria la campagna, superando il sistema degli hub».

D’altra parte, dovremo abituarci all’idea di ulteriori richiami, conferma?

«Secondo la comunità scientifica, è naturale immaginare che ci sarà bisogno di una terza dose, a un certo punto, e di ulteriori richiami nei prossimi anni. Anche per questo stiamo procedendo a nuovi acquisti di vaccini in sede europea. In quella fase, dovremo fare questo “shift” e avvalerci di una macchina oliata come quella dei medici di famiglia».

A proposito, ora come cambia il piano vaccinale senza AstraZeneca? Niente immunità di gregge a settembre?

«Il messaggio arrivato dal generale Figliuolo è positivo: con le dosi in arrivo nelle prossime settimane siamo in condizione di continuare con il ritmo prestabilito. Sul concetto di immunità di gregge c’è dibattito tra gli scienziati, io dico che vorrei arrivare a settembre al punto che tutti gli italiani che vogliono vaccinarsi avranno avuto la possibilità di farlo».

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Anche nei luoghi di vacanza?

«Stiamo lavorando, con il commissario e le Regioni, per facilitare tutte le vaccinazioni possibili. Ma è evidente che, più che altro, dobbiamo sfruttare al meglio i margini di flessibilità consentiti nella somministrazione della seconda dose».

Quanto ci devono preoccupare le varianti, in particolare quella indiana?

«Gli studi sono in corso, serve tempo, non abbiamo risposte immediate su tutto, ma le prime ricerche dicono che con due dosi di vaccino anche la variante indiana è contenibile in una percentuale alta. Dobbiamo monitorare, perché il nemico è insidioso e non bisogna dare nulla per scontato».

In Gran Bretagna il premier Johnson ha rinviato di un mese la riapertura totale, proprio a causa della variante indiana: verrà disposta la quarantena per chi arriva da lì?

«Per ora c’è solo l’obbligo del tampone negativo, ma ci riserviamo di vedere l’andamento della curva dei contagi: se dovesse peggiorare valuteremo una misura più restrittiva come la quarantena».

Da noi invece pensiamo alle riaperture, quando toglieremo la mascherina? A luglio, come ha detto Draghi?

«Con i dati che attendiamo per venerdì, quasi tutto il Paese sarà in zona bianca, in pratica il 99% degli italiani. Quanto alla mascherina, ritengo realistica la previsione del presidente Draghi, per la metà di luglio: prima le toglieremo all’aperto, mentre al chiuso servirà più tempo. Anche qui, un passo alla volta: credo che la mascherina sia un costo relativo da sostenere».

A fine luglio finisce lo stato di emergenza, l’obiettivo è non prolungarlo, giusto?

«Non abbiamo ancora deciso, ci sarà una valutazione, 45 giorni durante una pandemia sono un tempo notevole per poter fare previsioni. Ma sarebbe bello chiudere con lo stato di emergenza, dare un segnale positivo al Paese. Se così fosse, però, dovremo individuare la strada normativa per prolungare l’attività del Comitato tecnico-scientifico e della struttura del commissario Figliuolo».

Quando tutto questo sarà alle nostre spalle?

«Per la fine dell’anno sarà alle spalle, gradualmente riavremo una vita più simile a quella di prima, anche se qualche differenza ci sarà sempre, come, appunto, il richiamo del vaccino. E poi alcune buone abitudini vanno confermate, come le norme igieniche di prevenzione: il lavaggio frequente delle mani, i dispenser con il gel igienizzante nei luoghi pubblici».

Ma, in tutto ciò, ma lei si è vaccinato?

«No, farò la prima dose tra due giorni, ho insistito per potermi vaccinare dal mio medico di famiglia».

Pfizer?

«Ne parlerò con lui. Ma ho 42 anni, quindi per me le indicazioni dicono questo».

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