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Stupro di gruppo su una minorenne, che supplicò un’amica di aiutarla attraverso Instagram: chiesti più di 33 anni per tre giovani

UDINE. Pesano come macigni le richieste di condanna formulate – giovedì 17 giugno – dal pm Letizia Puppa nei confronti dei tre ragazzi accusati di avere stuprato una minorenne.

Pesano come l’ipotesi di reato che nell’estate del 2019 ne fece finire due in carcere, sottoposti alla custodia cautelare.

Le ha scandite nell’aula del tribunale di Udine dov’è in corso il processo: 12 anni di reclusione per Dilawar Abbas Jutt, pakistano e che di anni, all’anagrafe, ne ha appena 25, e 10 anni e 8 mesi l’uno per i suoi connazionali Sulman Muhammad, 24enne, e Naeem Muhammad, 37enne.

Tutti presenti alla discussione e circondati dalla Polizia penitenziaria che li ha accompagnati in udienza. Alla prossima, saranno le difese - gli avvocati Emanuele Luppi, di Verona, Esmeralda Di Risio, di Pordenone ed Elisa Guerra, di Udine - a prendere la parola e a proporre la loro ricostruzione dei fatti.

Intanto, è stato il legale che rappresenta la madre della ragazzina e che, in qualità di persona esercente la potestà genitoriale, si è costituita parte civile, l’avvocato Consuelo Zanini, a concludere a sua volta per la condanna degli imputati e per il riconoscimento di un congruo risarcimento dei danni morali.

Il tribunale collegiale presieduto dal giudice Paolo Alessio Vernì, con a latere i colleghi Roberto Pecile e Camilla Del Torre, ha rinviato il processo al 24 giugno.

Gli episodi finiti al centro del procedimento erano due. Prima, la violenza sessuale di gruppo, cui la minorenne, una friulana del 2004, non seppe tuttavia dare un’esatta collocazione di luogo e di tempo, raccontando essere avvenuta in una data imprecisata del mese di luglio del 2019 nell’ex caserma “Piave” – disse agli inquirenti – ai campi sportivi della chiesa di San Pio X.

E poi, il successivo 28 agosto, l’ulteriore episodio di abuso sessuale che la stessa ragazzina avrebbe subìto dal solo Jutt nei locali dell’ex Piave. Sempre dalle parti di via Gervasutta, quindi.

Erano partiti proprio da là i disperati messaggini inviati via Instagram a un’amica per chiedere aiuto. Gli agenti della Squadra volante l’avevano trovata di lì a poco, a due passi dall’edificio dove sarebbe avvenuto lo scempio e dove Jutt, detto Fouji, l’avrebbe tenuta rinchiusa per una decina d’ore in tutto, anche dopo le violenze, tra minacce - le avrebbe brandito contro una bottiglia di vetro - e percosse, nonostante le preghiere della giovane di lasciarla andare.

Da qui, l’aggravante della limitazione della libertà personale contestata dal pm, in aggiunta a quella di avere agito ai danni di persona minorenne.

Nel ricostruire la vicenda con gli agenti della Squadra mobile, la minorenne aveva quindi riferito di un precedente episodio, per molti versi analogo, ma al quale avevano partecipato anche i due Muhammad.

A invitarla a seguirlo in un luogo appartato, in quell’occasione, sarebbe stato il più grande, detto Butt. Per convincerla era bastato proporle di consumare della sostanza stupefacente.

E lei, che dopo averla assunta era caduta in uno stato di stordimento, si sarebbe ritrovata così in balia sua e, a seguire, dell’altro Muhammad, detto Gujiar.

Entrambi indifferenti alle sue lacrime, mentre, sotto lo sguardo minaccioso di Jutt, la violentavano. —

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