Medico va in arresto cardiaco all’ospedale di Udine durante le visite: salvato dai colleghi, poi trapianto record

Il cuore donato a Catania, ma il viaggio è troppo lungo. Quindi entra in campo una macchina particolare chiamata Ocs (Organ Care System), che permette il trasporto dell’organo in forma battente

UDINE. Succede che un medico all’ospedale di Udine, durante il suo giro mattutino di visite in ospedale, perda conoscenza e si accasci improvvisamente: è in arresto cardiaco. Subito soccorso dal personale sanitario presente, viene sottoposto a manovre rianimatorie, mentre gli anestesisti, prontamente accorsi, procedono all’intubazione tracheale ed a ventilazione manuale, fintantoché si continua il massaggio cardiaco.

Pronto l’intervento del team della Cardiochirurgia che predispone un’assistenza circolatoria veno-arteriosa con Ecmo, in modo da vicariare le funzioni cardio-respiratorie del paziente e garantirne la sopravvivenza: nell'emergenza è stata allestita rapidamente una sala operatoria in una normale stanza di degenza di reparto, facendovi confluire personale medico ed infermieristico con tutta la tecnologia sanitaria necessaria, tra l'altro con una distanza non breve da coprire tra i due padiglioni, per trasporto attrezzatura ed approvvigionamento materiale.

Stabilizzato il quadro emodinamico e ventilatorio, il paziente è stato trasferito nel reparto di Cardiologia interventistica, dove si riapre con angioplastica il tronco comune della coronaria sinistra, che risulta occluso ed è causa di un infarto massivo. Nonostante la riapertura del vaso, il ventricolo sinistro resta sostanzialmente fermo, non ha una contrazione efficace e non darà mai alcun segno di recupero funzionale. Una volta trasferito per le cure intensive nel raperto di rianimazione della Cardiochirurgia, dopo alcune ore, la sera stessa, si è provveduto  ad un’ulteriore implementazione dell'assistenza meccanica al circolo, mediante inserimento per via periferica di un dispositivo denominato Impella, costituito da un catetere con all’estremità una turbina miniaturizzata, che posizionato in ventricolo sinistro movimenta il sangue dalle cavità direttamente in aorta.

Ottenuta una certa stabilità circolatoria, col risultato di salvaguardare l’integrità e la funzione di tutti gli organi, a partire dal cervello, si decideva di candidare il paziente ad un trapianto cardiaco urgente: dopo 6 giorni si prospetta la possibilità di un organo compatibile da donatore giovane, da Catania, ma assegnato in prima istanza a Siena per altra emergenza nazionale, la cui richiesta era antecedente a quella di Udine. Dopo le consultazioni la rinuncia del centro senese favoriva l’assegnazione dell’organo a Udine.

Però, Catania era lontana ed è ben noto che il tempo massimo di mancata perfusione dell’organo non deve superare le 4 ore, troppe considerato tutto il viaggio. Si ricorreva così all’impiego di una macchina particolare chiamata Ocs (Organ Care System), che permette il trasporto dell’organo in forma battente: il cuore, una volta prelevato, viene inserito all’interno di un dispositivo robotico munito di pompa che fa ricircolare il sangue prelevato dal donatore in modo da perfondere le coronarie e consentire al cuore di contrarsi come vitale, eccezionalmente al di fuori del corpo umano. Questa modalità di preservazione dell’organo, utilizzata in pochi centri al mondo, ed in Italia quasi esclusivamente a Udine, permette di abbattere i tempi di mancata perfusione dell’organo al solo periodo di prelievo e di successivo impianto, in tutto a meno di due ore nel caso specifico.

Il trapianto, con concomitante rimozione dei dispositivi di assistenza meccanica al circolo, va bene, il nuovo organo funziona ottimamente fin dall’inizio e sostiene la perfusione sistemica efficacemente. Il decorso post trapianto è regolare, il paziente si sveglia senza mostrare danni cerebrali nonostante l’arresto cardiaco, con tutti gli organi che riprendono a funzionare al meglio, tanto che in pochi giorni si rende autonomo nel respiro e nei movimenti.

C’è un ultimo ostacolo da superare, come informare il collega che nel suo petto non batte più il suo cuore, ma quello di un’altra persona: i curanti hanno agito seguendo i bisogni emergenti a garantire la sopravvivenza e condividendo le decisioni terapeutiche con i soli familiari stretti. Lo stato di necessità cui i medici si sono appellati resta il filo conduttore nel far prevalere la vita sulla morte. Il momento comunicativo, estremamente delicato e dalle ripercussioni imprevedibili, fatto in presenza dei familiari, si dimostra meno difficoltoso del previsto.

Ci sarà tempo per riflettere, accettare e cercare di convivere con la nuova situazione, ma intanto il paziente viene dimesso dalla terapia intensiva, è in fase riabilitativa e proprio giovedì è stato dimesso a domicilio; tornerà, dopo la convalescenza, a fare la sua professione di medico, con qualche certezza in più, acquisita con l’esperienza personale, sui limiti inesplorati dalla medicina moderna.

Una serie di circostanze, in parte fortuite, ha consentito ad un insieme di professionalità diverse, mediche e non, di attuare un risultato straordinario, quello cioè di salvare una vita che un destino avverso aveva sostanzialmente già cancellato.

Che l’evento sia avvenuto in ospedale, in orario di massima disponibilità di uomini e mezzi, ha indubbiamente facilitato il successo finale, ma non bisogna sottovalutare l’importanza dell’organizzazione sanitaria che in modo tempestivo ed efficiente si è mobilitata all’unisono, della tecnologia a disposizione che ha permesso da una parte di tenere in vita il paziente e dall’altra di fare il prelievo dell’organo salva vita a distanza di quasi 2000km, e infine l’expertise ed esperienza degli operatori che, scelta dopo scelta, nei tempi e modi giusti, ha portato a casa questo risultato eccezionale.

Un miracolo? Forse, ma quando un evento si ripete vuol dire che non è dovuto a misteriosi e incomprensibili meccanismi, ma si verifica per l’efficienza di un  sistema complesso che riesce ad esprimere il meglio quando messo nelle condizioni ideali di organizzazione, di tecnologia disponibile e di professionalità operativa. Sono questi gli esempi che esaltano l’operatività di un approccio terapeutico dimostrandosi fattibile, efficiente ed efficace e che al motto “never say never” (= mai dire mai) permettono di considerare possibile anche ciò che all’apparenza può sembrare impossibile, allorché si tratta di salvare una vita umana.

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