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Tatuaggi medici sulle donne operate, vittoria degli estetisti: via libera anche per chi non è operatore sanitario

PORDENONE. Dopo quasi due anni – e altrettanti gradi di giudizio – Confestetica vince la sua battaglia per la dermopigmentazione del seno per le donne operate di tumore. Una vicenda di carattere nazionale che aveva toccato da vicino Pordenone e Aviano: l’Azienda sanitaria e il Cro, infatti, si appoggiavano a una professionista veneta per questo tipo di servizio ma l’attività è stata sopesa dopo una circolare del ministero della Salute che stabiliva che potevano realizzare questo tipo di intervento solamente operatori sanitari.

Ne è nata una guerra di ricorsi. Prima al Tar del Lazio, che aveva respinto il ricorso per l’annullamento. Poi al Consiglio di Stato, dove invece le ragioni dell’associazione di categoria Confestetica (rappresentata dagli avvocati Ugo Luca Savio De Luca e Maria Camporesi) sono state accolte: la circolare è stata annullata con effetto immediato. «La sentenza è definitiva – spiega l’avvocato Camporesi – e ha efficacia immediata. Siamo soddisfatti».


La questione era controversa: la circolare ministeriale parlava di “tatuaggi con finalità medica” comprendendo quelli del complesso areola-capezzolo, inserito nei Lea (i livelli essenziali di assistenza), per le donne che si sono dovute sottoporre a mastectomia. Il nocciolo della questione era, però, chi avesse le qualifiche per eseguire questo trattamento: i professionisti che se ne erano occupati fino a quel momento o gli operatori sanitari?

I giudici del Consiglio di Stato, che hanno coinvolto anche l’Istituto superiore di Sanità, sono arrivati ad una decisione cristallina: la dermopigmentazione non può essere assimilata a trattamento terapeutico e non richiede un piano specifico per la pratica, anche se nel caso di procedure su persone che hanno ricevuto trattamenti chemioterapici o di radioterapia devono essere rispettate alcune tempistiche. La competenza per questo trattamento – continuano i giudici – appartiene proprio agli estetisti appositamente preparati.

Confestetica si appresta quindi a richiedere in separato giudizio al Ministero della  Salute il risarcimento integrale dei danni subiti dalla categoria professionale che   rappresenta già quantificati in 70 milioni di euro.

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