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Prosciutti dop, chi sono le persone coinvolte: quattro condanne e due patteggiamenti, in 17 rinviati a giudizio

Si andrà a processo, ma con un impianto accusatorio “orfano” di un reato di peso come l’associazione a delinquere, tanto che, prima ancora che inizi il dibattimento, c’è già chi pensa a chiedere i danni allo Stato per ingiusta detenzione.

Con l’udienza preliminare si è chiuso un capitolo importante per l’indagine sui prosciutti dop – secondo la Procura sono stati utilizzati per la produzione dei pregiati salumi dei maiali di genetica non ammessa dai disciplinari o di peso superiore – firmata dal pubblico ministero Marco Brusegan ed ereditata da Carmelo Barbaro. Proprio Barbaro a maggio aveva chiesto il non luogo a procedere per l’associazione a delinquere, accusa che gravava su 8 dei 23 indagati. Richiesta accolta dal giudice per l’udienza preliminare Rodolfo Piccin, che nel corso dell’udienza di ieri ha rinviato a giudizio 17 persone, accolto due richieste di patteggiamento e condannato in abbreviato altre quattro persone. E non è finita: in esame ci sono anche le posizioni di una decina di aziende mentre per altri 52 soggetti si è proceduto a citazione diretta.


Una matassa non semplice da sbrogliare. La Procura ha mantenuto le altre accuse, ipotizzate a vario titolo nell’inchiesta, di frode aggravata in commercio, contraffazione del marchio dop, truffa per ottenere i contributi regionali. In quattro hanno scelto la strada del rito abbreviato: l’allevatrice Nadia Di Giorgio di Remanzacco, Giuseppe Presacco di Rivignano Teor, i veterinari Elisa Borin di San Pietro di Feletto e Franco Pinardi di Pordenone. Il giudice Piccin li ha riconosciuti tutti colpevoli, con pena sospesa: due mesi e 1000 euro per Di Giorgio, 27 giorni per Presacco, due mesi per Borin e un mese e dieci giorni per Pinardi. «Pene miti» le ha definite l’avvocato Piergiorgio Bertoli, che oltre a difendere Presacco è anche il legale di altri due indagati che ieri, insieme ad altri 15, sono stati rinviati a giudizio. Una sorte comune anche a chi aveva chiesto la messa alla prova, un istituto che consente la sospensione del processo fino alla conclusione di un periodo di prova che, se ha esito positivo, porta all’estinzione del reato. Ne avevano fatto richiesta in cinque ma in nessun caso il giudice ha deciso di accoglierla. Patteggiano il dipendente del macello di Aviano Michele Pittis di Codroipo, un anno con pena sospesa, e l’azienda Agrifarm.

Sono stati rinviati a giudizio (prima udienza: 1 marzo 2022) Stefano Fantinel, ex componente del cda di Gruppo carni friulane; il veterinario di Campoformido Aurelio Lino Grassi; Carlo Venturini, gemonese procacciatore di suini; l’ex consigliere di Gruppo carni friulane Sergio Zuccolo di Varmo; l’allevatore Renzo Cinausero di San Martino al Tagliamento; il produttore di insaccati Loris Pantarotto di Morsano; la dipendente del macello di Aviano Elena Pitton di Zoppola; Francesco Ciani, direttore generale dell’Ineq; Carlo Del Stabile di Villa Vicentina; l’allevatore Silvio Marcuzzo di Buja; il consulente Franco Venturoso di Majano; l’allevatore Silvio Lizzi di San Vito di Fagagna; Giuseppe Peressini di San Daniele, prosciuttificio Testa & Molinaro; Tiziano Ventoruzzo di San Vito al Tagliamento, Gruppo carni friulane; Lucio Della Vedova di San Daniele; il responsabile dell’assicurazione qualità dell’Ipq Marco Sassi; il carabiniere Roberto Tramontini di Gradisca di Sedegliano (nei suoi confronti è ipotizzata la rivelazione di segreti di ufficio). Cambia anche il quadro delle parti civili, con revoche di peso.

Ma la conseguenza più immediata della modifica dell’impianto accusatorio è la possibilità, alla quale alcuni imputati stanno già pensando, di chiedere un risarcimento allo Stato per ingiusta detenzione. «Alcuni miei assistiti sono stati sottoposti a misure cautelari preventive – spiega l’avvocato Bertoli – e ora valutiamo il risarcimento. Ci aspettavamo il rinvio a giudizio ma ci difenderemo».

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