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Maturità a vent’anni prima di morire: la lezione di Ilaria, «Intitolatele una scuola»

La proposta del responsabile dell’area giovani del Cro Mascarin. «Sapeva della gravità del male, ma ha voluto lasciare un messaggio» 

«Cara Ilaria, se potessi ti farei intitolare una scuola».

Maurizio Mascarin, responsabile dell’Area giovani del Cro, ne ha viste e passate tante. Ha restituito sorrisi e versato lacrime. Accompagnato vite rinate ed esistenze perdute. Imparato a gestire vittorie, figlie di dolore e sacrificio, e sconfitte, sancite da destini avversi.


Ma per Ilaria, la sorridente, tenace, straordinaria Ilaria, morta a 20 anni pochi giorni dopo la maturità, anche l’angelo dei bambini ha fatto un’eccezione, affidando a Facebook un lacerto di straziante umanità.

Il «Cara Ilaria, se potessi ti farei intitolare una scuola» arriva subito. Sono le prime parole. Non «Se potessi ti restituirei la vita» perché decidere sulla vita e la morte non è dato a donne e uomini.



Ma una scuola, un lascito morale, una stirpe generata dall’esempio, questo sì. Qui sì che donne e uomini potrebbero fare la differenza.
«Di solito – continua Mascarin – le scuole vengono intitolate a personaggi che hanno fatto la nostra storia, o a illustri scienziati. Più raramente questo onore viene concesso a coloro che hanno dato un significativo contributo nel campo dell’educazione. Tu, cara Ilaria, rientri in quest’ultimo gruppo. Da un letto di ospedale hai saputo dare valore agli ultimi mesi della tua vita attraverso l'impegno per la scuola con il superamento dell’esame di maturità. La tua vita, anche se a termine, ha ritrovato significato per te e per tutti coloro che ti volevano bene. Attraverso un progetto scolastico che a molti sembrava irraggiungibile e forse superfluo di fronte alla gravità della malattia, la scuola ti ha tenuta in vita ed ha dato senso al tuo lottare. Grazie, Ilaria, per l’insegnamento che ci hai lasciato, grazie ai docenti della scuola in ospedale che nelle difficoltà ci hanno creduto quanto te, e grazie infine alla scuola che è casa e famiglia per tanti nostri ragazzi».

Insegnare, imparare. Ruota tutto intorno a questo. Ilaria ha imparato ad affrontare il dolore e a immaginare un futuro allo spirare del suo presente. Allo stesso tempo, ha insegnato. Ci ha trasmesso che una persona può sopravvivere alla propria dimensione terrena. Che un diploma porta, per natura, frutti, indipendentemente da chi abbia la ventura di raccoglierli.

La sua famiglia, il dottor Mascarin, gli insegnanti della scuola in ospedale ci dimostrano che le fondamenta del progetto già esistono. Mancano ora un consiglio d’istituto che avvii la procedura e istituzioni lungimiranti che la portino a buon fine.

E se un giorno anche solo un ragazzino chiederà “Perché la mia scuola si chiama Ilaria Di Carlo?” sarà la prova che la società in cui viviamo ha saputo meritarla, una persona come Ilaria. E solo allora, finalmente, potremo permetterci di sentire quel diploma speciale anche, un pochino, nostro. —



 

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