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Le disavventure per avere il Green pass europeo: il racconto di chi ci ha provato fra app, mille telefonate e colloqui surreali. E alla fine...

Alessandro Milan su Radio24 la chiama la “burofollia”: l’idra mostruosa capace di abbattere un uomo con il solo respiro. Tempo e energie perse per una roba che si risolve, vedrete, in meno di due minuti.

Il Green pass? Facile a dirsi, difficile a farsi. E a ottenersi. Come mai a tre settimane dalla seconda dose di vaccino non è ancora arrivato il codice? Perché a me no e a molti altri sì? Devo partire, cosa posso fare? Una telefonata, sì una telefonata.

Prima chiamata. Centralino dell’Azienda sanitaria.

«Buongiorno. Scusi, vorrei informazioni sul Green pass per il Co...».

«La fermo, signore. Deve chiamare il numero verde».

«Quale?»

«800 91 24 91».

«Grazie».

Proviamo. Seconda telefonata al numerino magico che compare sull’homepage di www.dgc.gov.it, il sito che proclama: «Ripartiamo in sicurezza (tutto maiuscolo). Per rendere più semplice l’accesso a eventi e strutture in Italia e facilitare gli spostamenti in Europa arriva la Certificazione verde Covid-19».

Tu, tu, tu... e cade la linea. Una, due, dodici, venti telefonate. Il tasto “ripeti” è in ebollizione, la cornetta scotta. E la linea cade, cade, cade.

Proviamo con le opzioni del sito: su questo sito tramite tessera sanitaria o identità digitale (Spid/Cie), oppure scaricando AppImmuni: o App IO e, presto, anche dal sito del fascicolo sanitario elettronico regionale. Niente da fare: ci vuole il codice, che non è mai arrivato.

E Sesamo? «Accedi con la tua identità digitale per sfruttare i servizi al 100%», proclamano su un bello sfondo azzurro che fa tanto Italia-vincitrice-degli-Europei. Ma anche lì ci vuole il codice, mai arrivato.

Terza chiamata. In Fiera, la sede del centro vaccinale di Pordenone.

«Fiera buongiorno...».

«Buongiorno. Vorrei parlare con qualcuno del centro vacc...».

«La fermo, signore. Non hanno il telefono. Qui è la Fiera».

«E quindi per parlare con lo...»

«Sì signore, deve venire qui».

Sono in salute, ho l’auto a due passi, posso uscire dall’ufficio. Ma un vecchietto di Arba come può fare? Saltare sulla prima corriera?

Eccomi qua, al centro vaccinale. «Signori, che devo fare? Non ho il codice per scaricare il Green pass e devo partire...»

«Ha provato con Immuni? con Sesamo? con Io?...».

«Ho provato con tutto, non ho il codice e non vado avanti, le schermate si bloccano».

«Ah, sì? E noi non possiamo farci nulla».

«Nulla?»

«Nulla».

«Ma mi può controllare la tessera sanitaria?

Sì. No, non possiamo. Qui noi facciamo solo le vaccinazioni e comunichiamo i dati alla Regione».

«E come faccio a partire...».

«Si porti il foglio con le date dei vaccini. Vanno bene anche le fotocopie».

«Le fotocopie?».

«Le fotocopie».

Un colloquio surreale: da una parte la “burofollia”, dall’altra un essere umano inerme.

L’idea, fresca come un fonte nel deserto, sgorga mentre salgo in macchina. La farmacia dove ho prenotato. Ci sono 35 gradi, la pelle è lucida di sudore. Ma volo.

La farmacista bionda dietro il bancone mi ascolta e risolve il problema in centoventi secondi. Ho il Green pass in mano e pure salvato sul cellulare. Parto, viaggiare.

«Posso fare una domanda?»

«Prego».

«Ma perché non mi arriva il messaggio sul telefonino?».

«Perché la sua tessera sanitaria ha ancora registrato il numero fisso».

E già, l’ho fatta all’inizio degli anni Novanta: Un’altra era tecnologica, i telefonini non c’erano, Steve Jobs era uno sconosciuto, Raffaella presentava Carràmba che sorpresa.

E perché non si è aggiornato in automatico, nonostante il sistema sanitario te lo chieda tutte le volte che fai anche solo l’esame del sangue? Boh. Ma in fondo, oggi, con il Green pass al sicuro in mano e nel cellulare, me ne importa poco.

Però, mi sento di dare un consiglio a chi ha voce in capitolo con le molte teste dell’idra, alias burofollia: chiedete il cellulare a chi fa il vaccino. Non si sa mai. —


 

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