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La lettera del preside del Marinelli di Udine: non possiamo parlare solo di Dad, serve un piano per il futuro

Gli studenti dovrebbero trovare nel sistema scolastico ciò che risponde meglio alle loro esigenze, nell’interesse comune di aumentare le possibilità e le potenzialità di tutti e quindi anche il benessere (sociale, culturale, economico) di ogni nazione. Nei fatti, però, accade spesso che sia più corretto lo slogan opposto

Una scuola a misura di studente è uno slogan un po’ retorico, ma che rende ugualmente bene l’idea della scuola dentro la società della conoscenza, che ha cura per tutti i suoi studenti.

Gli studenti dovrebbero trovare nel sistema scolastico ciò che risponde meglio alle loro esigenze, nell’interesse comune di aumentare le possibilità e le potenzialità di tutti e quindi anche il benessere (sociale, culturale, economico) di ogni nazione. Nei fatti, però, accade spesso che sia più corretto lo slogan opposto.


Uno studente a misura di scuola
Il sistema scolastico non si struttura come un servizio verso le esigenze di ogni singolo studente, ma propone delle strade e cerca studenti che si adattino a queste. Tutta le questioni dell’orientamento, delle bocciature, dei percorsi opzionali, delle materie di indirizzo, delle valutazioni docimologiche trasformano l’idea di essere, come scuola, “a misura di studente” a quella più pragmatica di cercare studenti “a misura di scuola”. Se, però, prima di occuparci delle esigenze degli studenti dobbiamo occuparci di adeguare alla capienza dei mezzi di trasporto il numero di studenti da far salire sugli autobus (ma non su quelli cittadini che possono continuare a girare pieni), di far entrare nelle classi più studenti possibile pur non rispettando le distanze di sicurezza, di garantire che gli insegnanti che vogliono si vaccinano e quelli che non vogliono non lo fanno, di continuare a valutare attraverso numeri assegnati a seguito di compiti in classe scritti e di interrogazioni gestite su base mnemonica e ripetitiva, se dobbiamo occuparci di quanti alunni possono entrare nelle palestre o nei laboratori, se dobbiamo ascoltare i prefetti su quando si deve fare scuola, se dobbiamo decidere d’estate che banchi ci servono d’inverno, se dobbiamo continuare a far riferimento al vecchio e obsoleto esame di stato, se dobbiamo parlare di povertà educative e di dispersione come se fossero fenomeni indipendenti rispetto alle condizioni in cui vivono le persone, difficilmente avremmo tempo e possibilità di occuparci di quello di cui hanno bisogno gli studenti per apprendere, migliorare, crescere.

«La Didattica a Distanza è negativa»: questa banale osservazione viene enunciata da molti come una perla di saggezza, come se nella scuola ci fosse qualcuno che dice che, invece, la Dad è positiva. Anche la negatività delle prove Invalsi viene fatta risalire alla Dad, visto che non pare qualcuno voglia andare al fondo del problema.

La scuola da marzo a giugno del 2020 ha dovuto ricorrere alla Didattica a Distanza perché l’alternativa era nessuna didattica. E quindi ha usato in emergenza un metodo didattico (l’e-learning) che non può, nell’ordinario, sostituire la scuola in presenza. Quando una colossale banalità diventa, però, elemento di ragionamento pubblico vuol dire che siamo proprio messi male. Nell’estate del 2020 il Ministero ha introdotto il concetto di Didattica digitale integrata, che non è sinonimo di Dad, perché “integrare” non significa “sostituire”: poca parte dell’opinione pubblica ha colto il senso della questione, che, molto semplicemente, è quello di trarre il meglio da tutte le possibili opportunità. Integrando la didattica ordinaria con quella digitale possiamo raggiungere meglio tutti gli studenti, dare ascolto e corso ai loro bisogni, riorganizzare tempi e modi dell’apprendimento, imparare metodi di verifica e valutazione meno “pre-industriali”.

L’esame di stato degli ultimi due anni in entrambi i cicli ha dimostrato che “un altro mondo è possibile”. La massa inutile di compiti scritti nel primo ciclo e quella nociva nel secondo ciclo ha ceduto il posto ad un colloquio che ha evidenziato il lato migliore della scuola. Permane ancora in troppi docenti l’idea che senza una domanda contenutistica non siamo di fronte ad un vero esame, ma questo perché si sta scontando nella scuola italiana una lunga tradizione di disciplinarismo monadico, dove ogni disciplina si chiude dentro il suo recinto orario e non dialoga con nessuno. Sia il multidisciplinarismo (molte materie che concorrono in forma autonoma ad affrontare un unico argomento da più punti di vista), sia il transdisciplinarismo (le materie che vengono utilizzare per ragionare attorno ad un argomento, ma non in forma ordinata o completa perché l’interesse è sull’argomento non sulla materia) vanno studiati, prima dai docenti e poi dagli studenti. È necessario che la scuola presidi sempre di più la pluralità dei saperi integrandoli, non creando divisioni utili solo ad allontanarla la scuola dalla realtà.

La questione della distanza e della presenza rientra nell’unica categoria, purtroppo immortale, del “sorvegliare e punire”, dove la fanno da padroni l’appello, la presenza obbligatoria, l’idea che devi esserci anche se questa tua presenza non ti produce alcun vantaggio.

È necessario rendere la presenza a scuola un elemento di virtù non solo di obbligo, mentre siamo dentro il dibattito su come far tornare tutti sempre in presenza, senza contagiarsi, senza riempire i pullman, mantenendo le distanze di sicurezza dentro aule troppo piccole. L’idea di ammettere a scuola tutti gli studenti con la Green Card e sugli altri attenersi alle possibilità del momento non pare venir presa in considerazione, forse perché è più democratico che chi non vuole vaccinarsi non lo faccia, anche se questo è pericoloso per gli altri.

Aumentare le bocciature
L’idea, poi, di aumentare le bocciature viene sempre più spesso sbandierata come la grande innovazione per il ritorno ad una scuola più severa e selettiva, quasi che l’Italia non sia già il Paese dell’Unione Europea che boccia di più e che non sa cosa fare dei propri bocciati, costretti a rifare l’anno dopo sia le cose che sanno, sia quelle che non sanno. Ogni sistema viene analizzato e studiato per i suoi punti di forza e dunque se l’attuale esame di stato del secondo ciclo dice che il 20% degli studenti esce col voto massimo vuol dire che è un buon esame. Quel 20% (che per me dovrebbe essere almeno del 30%) non ha comunque alcun rapporto con le bocciature e gli studenti deboli, ma costituisce l’elemento di forza del sistema scolastico italiano. L’esame di fine ciclo dovrebbe essere simile alla la discussione della tesi di laurea, introducendo anche una preventiva verifica sui livelli di apprendimento disciplinare in modo da chiarire cosa realmente lo studente è in grado di fare alla fine del ciclo dell’istruzione (così se sa fare poco in matematica non devi essere bocciato, ma semplicemente interdetto dall’iscriversi all’Università di matematica, fisica o ingegneria. E così pere l’inglese, il latino, ecc.) .

Servirebbe un piano di supporto agli studenti e alle loro necessità che punti al futuro, non questa corsa a giustificarsi con l’idea che lo studente si deve adattare alle mancanze del sistema. È necessario agire su alcuni punti essenziali: piano personalizzato di apprendimento per tutti gli studenti, certificazione dei livelli reali di competenza nelle discipline, sviluppo dell’interdisciplinarietà, esami di fine ciclo come discussione di fine percorso.
 

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