Approvata in Consiglio la legge anti violenza, opposizioni in rivolta: “È stata stravolta”

TRIESTE. Dopo lo scontro in commissione per la decisione di togliere ogni riferimento all’identità di genere dal testo, il centrodestra tira diritto e approva in Consiglio regionale la legge antiviolenza. I gruppi di opposizione avevano abbandonato per protesta i lavori della commissione, in reazione alle modifiche decise all’ultimo dalla maggioranza rispetto alla versione condivisa fino a quel momento da tutte le forze politiche, intesa fino a quel momento anche come un intervento incentrato sulle discriminazioni di genere.

La mattina comincia con la minoranza a chiedere il ritiro della proposta, ma il centrodestra difende la norma e la porta a casa in giornata, nonostante gli oltre cento emendamenti che centrosinistra, cinquestelle e autonomisti presentano per tornare al testo concordato nel comitato ristretto, variato da una serie di emendamenti della Lega che hanno eliminato i riferimenti all’identità di genere, sostituendoli con la più ampia formula «origine etnica, credo religioso, nazionalità, sesso, orientamento sessuale» e «soggetti in condizioni di vulnerabilità». Le opposizioni sono salite sulle barricate contro l’annacquamento dei riferimenti al genere.

Passa la versione della maggioranza, difesa anche dal vicepresidente Riccardo Riccardi, secondo cui una legge concentrata sulla violenza sulle donne è l’unico compromesso possibile: «La politica è cercare la sintesi, non abdicando alle idee che possono essere diverse. La linea della maggioranza è chiara e in questa vicenda rischieremmo di non dare risposta, se decidessimo di tenere insieme la tutela delle donne e il tema dell’identità di genere. Sfido chiunque a non dirsi d’accordo su questa legge contro la violenza sulle donne».

La norma disciplina il contrasto dei fenomeni di violenza e introduce fra l’altro le case di semi-autonomia e i centri per autori di violenza, che nella legge del 2000 non erano previsti. Si inseriscono inoltre riferimenti a nuovi reati del codice penale, come gli atti persecutori e la costrizione al matrimonio. Non mancano interventi di formazione per gli operatori, ma anche per minori vittime di violenza e figli di vittime di femminicidio. La relatrice di maggioranza Mara Piccin parla di «disposizioni aggiornate e all’avanguardia per la tutela delle donne e di altre vittime di atti violenti e discriminatori. Parlare di stravolgimento è un’esagerazione: vedo un forte condizionamento a causa degli appuntamenti elettorali e del dibattito nazionale» sul ddl Zan.

Per l’opposizione la legge è invece da bocciare. «Non potevamo stare zitti quando sono arrivati gli emendamenti in commissione», dice la consigliera Pd Mariagrazia Santoro, stigmatizzando «un’azione di forza che butta nel cestino un anno e mezzo di lavoro. Nessuna delle richieste delle associazioni è stata recepita». La M5s Ilaria Dal Zovo sottolinea che «non è mai capitato che un testo uscito da un comitato ristretto venisse stravolto. Rimangono fuori molti soggetti che subiscono forme di violenza a causa dell’identità di genere, ma evidentemente chissenefrega». Furio Honsell (Open) definisce «bullismo ideologico» l’atteggiamento della maggioranza. La replica è del leghista Mauro Bordin: «Qui dentro tutti siamo contrari a ogni forma di violenza, ma noi non intendiamo introdurre il concetto di identità di genere nell'ordinamento regionale. Su questo, come sulla teoria gender, abbiamo convinzioni forti».

Prima della discussione sulla legge, nel corso delle interrogazioni, l’assessore Alessia Rosolen e il dem Roberto Cosolini incrociano le spade proprio sul ddl Zan e sulle esternazioni relative della Consigliera di parità della Regione Anna Limpido, per la quale «è ora di smetterla di giocare ai portatori di civiltà e confondere le idee ai nostri giovani. È ora di ritornare ai valori tradizionali e alle nostre famiglie». Il Pd chiede conto della posizione di Limpido, appena nominata dal centrodestra alla guida dell’organismo dedicato alla parità di genere. «L’amministrazione regionale – dice Rosolen – non intende prendere alcun provvedimento nei confronti della Consigliera di parità, che ha commesso l'errore di utilizzare un social network per esternare considerazioni proprie sul ddl Zan. Quel profilo non è riferibile ai canali istituzionali della Regione. Accusarla di superficialità e ignoranza, per aver osato esprimere un pensiero non in linea, è molto più grave». Secondo Cosolini, «Rosolen confonde la libertà di opinione con l’utilizzo strumentale di una posizione istituzionale che dovrebbe essere di equilibrio e neutralità».

A fine giornata l’Aula approva anche l’adesione del Consiglio regionale ai sei referendum sulla giustizia per i quali si stanno raccogliendo le firme per iniziativa anzitutto del centrodestra. L’opposizione non partecipa al voto.

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