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Dopo la sfida Covid va in pensione Mione, dal 2019 direttore di Sores

Una carriera lunga 40 anni, guidava la centrale dal 2019: i suoi “ragazzi” lo hanno salutato con un applauso   

Quando il dottor Vincenzo Mione, direttore della Sala operativa regionale per l’emergenza sanitaria, è andato a timbrare il cartellino del suo ultimo turno di lavoro, tutti gli infermieri della centrale si sono alzati in piedi e l’hanno applaudito, dicendo in coro soltanto una parola: «Grazie». Non ne servivano altre, effettivamente. Bastavano i volti dei presenti a raccontare le emozioni. Il dottor Mione, che da lunedì sarà in pensione, negli ultimi anni ha collaborato al progetto di unificazione delle centrali provinciali del 118 in un’unica sede regionale che è stata inaugurata nel 2017 a Palmanova. Lui stesso l’ha poi diretta dal gennaio 2019, riuscendo ad affrontare l’emergenza Covid, adattandosi ogni giorno a situazioni ed esigenze sempre diverse.

Un’altra sfida importante, soprattutto dal punto di vista umano, Mione l’aveva affrontata ancor prima del coronavirus. La nascita della centrale regionale, infatti, era stata accompagnata da polemiche e non pochi problemi, anche interni al gruppo di lavoro che era stato creato. Tanto che a un certo punto era quasi più numeroso il personale che voleva andarsene che quello che voleva restare. E il dottor Mione, che è sempre stato tutto il contrario di un burocrate sistemato in un posto “di comando”, ha saputo riportare in centrale serenità ed equilibrio. Sores è così diventata un posto in cui non solo si lavora bene, ma anche un luogo ambito dai professionisti dell’emergenza. È per questo che i suoi ragazzi lo hanno ringraziato. Perché è soprattutto per la sua capacità di parlare con tutti e di ascoltare che le cose sono andate migliorando. Certo, si può fare ancora tanto. Ma il merito di Mione è di aver ricreato quel clima che era proprio delle vecchie centrali che avevano la loro forza tutta racchiusa in quell’essere «come una famiglia». E, d’altra parte, non potrebbe che essere così, visto che lavorare alla Sores significa trascorrere insieme ai colleghi lunghi turni – anche di dodici ore – cercando di soccorrere gli altri. Una missione questa che, per essere svolta la meglio, non richiede solo competenza e professionalità, ma anche lavoro di squadra e supporto reciproco. «Mione ha sempre avuto le sue idee – spiega Federico Nadalin, coordinatore infermieristico di Sores –, ma aveva anche la capacità di adattarle al sistema dell’emergenza e alle esigenze dei lavoratori, sempre cercando di far emergere il valore aggiunto di ogni professionista. Essendo disponibile al confronto e al dialogo, ha saputo riprendere in mano un gruppo in difficoltà e riportalo in equilibrio. Per questo è stato un grande e noi gli siamo grati».


Nato a Udine nel ’54, Vincenzo Mione si è laureato a Trieste nel 1979 e nell’80 era al lavoro mentre nascevano il pronto soccorso e l’area d’emergenza di San Daniele. Poi altre due importanti esperienza a Pordenone: prima in Rianimazione e poi, dal 2006, anche alla Centrale operativa. Domani compirà 67 anni e, inevitabilmente, farà il bilancio di una carriera intensa, durata oltre quarant’anni. «Be’ in effetti in quattro decenni ne ho viste tante – racconta Mione –, vengo da un’epoca in cui, quando c’era bisogno di un’ambulanza, dovevi pregare l’operatore della Croce rossa. Non c’erano le centrali: si è cominciato a parlarne a fine anni Ottanta e Udine è stata una delle prime città a costituire la sua, anche grazie al fatto che c’erano i Mondiali del 90. Tra i tanti momenti che mi sono rimasti nel cuore – ricorda – c’è forse quella notte passata in pronto soccorso a Pordenone a cercare di capire che cosa poteva avere una bimba di due anni che era gravissima, in condizioni critiche. Grazie a un esame venne fuori che le avevano dato una dose importante di metadone e, per fortuna, poi riuscimmo a salvarla. E questo è solo uno dei tanti episodi che non dimenticherò. Come non dimenticherò ciò che ho provato oggi quando i ragazzi mi hanno salutato in quel modo, è stata una grande emozione, una delle cose più belle che mi sono successe ultimamente. In ogni caso – conclude – ora che sono arrivato alla pensione posso solo dire che mi auguro, per il futuro, che ci siano validi progetti per la sanità pubblica e per un soccorso territoriale strutturato e coordinato. Ci dev’essere una visione con un orizzonte ampio».

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