Un’imbarcazione della Grande Guerra e reperti antichi nascosti in fondo al mare: l’eccezionale scoperta nei fondali di Grado

GRADO. Nell’ambito del periodico controllo dei siti archeologici sommersi, i Carabinieri del nucleo per la tutela del patrimonio culturale di Udine hanno organizzato il monitoraggio di un vasto specchio d’acqua compreso tra Grado e Punta Sdobba, a bordo della motovedetta dei carabinieri di Grado e in collaborazione con il Centro Subacquei di Genova.

L’attività è stata fruttuosa tanto che, nel tratto lagunare compreso tra il Canale delle Mee (porta di ingresso al canale Natissa e quindi al porto fluviale di Aquileia e l’Isola di Pampagnola, in prossimità di quello che era il ponte che anticamente univa Grado alla strada che portava ad Aquileia) sono stati rinvenuti 7 resti di anfore biansate vinarie greco-italiche databili al III secolo d.C. e altri 14 reperti ceramici romano-aquileiesi di epoca imperiale e altomedievali di produzione bizantina.

Anche il sito noto come Grado 2 - dalla denominazione convenzionalmente assegnata all'imbarcazione naufragata nel III secolo a.C., quindi in epoca precedente alla fondazione di Aquileia e rinvenuta fortunosamente nel 2000 a circa 7 miglia di fronte a Grado e a 19 metri di profondità, su una rotta commerciale che collegava la regione al resto d'Italia e al mondo ellenistico - ha restituito 5 elementi ceramici di anfore vinarie a testimonianza dei commerci che si svolgevano da una sponda all’altra dell’Adriatico tra i popoli che lo abitavano in epoca pre-romana. I reperti recuperati confermano l’assoluta rilevanza del sito che è protetto da una rete metallica per prevenire possibili danneggiamenti e sottrazioni illecite del prezioso carico.

Ma la vera sorpresa è stata il rinvenimento dei resti di un’imbarcazione della Prima Guerra Mondiale adagiata nel fondale posto in corrispondenza della confluenza del canale Isonzato nel fiume Isonzo, in località Punta Sdobba di Fossalon di Grado, in un’area di assoluta rilevanza paesaggistica essendo situata di fronte alla riserva naturale dell’Isola della Cona.

Si tratta di un pontone della Regia Marina, un grosso e robusto galleggiante usato durante la Grande Guerra per azioni di appoggio e di fiancheggiamento sul basso Isonzo e sul basso Piave, realizzato nei primi del Novecento presso l’Arsenale di Venezia. Questo tipo d’imbarcazione veniva anche utilizzato per il trasporto fluviale/lagunare di uomini e materiali, nonché per garantire il rifornimento di munizioni alle batterie di medio-grosso calibro che da Punta Sdobba cannoneggiavano le postazioni nemiche sul Monte Hermada, principale baluardo della vicina linea difensiva austro-ungarica.

Il pontone rinvenuto era stato autoaffondato per ostacolare l’eventuale transito di imbarcazioni militari austro-ungariche a seguito della rotta di Caporetto dell’ottobre-novembre 1917. Di norma risultava armato di cannoni di piccolo e medio calibro ma, nel caso specifico, l’assenza di sagomature è riprova del fatto che prima dell’affondamento l’armamento di bordo è stato asportato per evitare che cadesse in mani nemiche.

L’attività prevedeva anche la verifica dello stato del relitto già noto del M.A.S. (motoscafo anti-sommergibile) della Prima Guerra Mondiale, presente nei fondali delle acque antistanti la foce dell’Isonzo.

I manufatti archeologici recuperati sono stati affidati alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia per la conseguente attività di desalinizzazione, pulizia, catalogazione e restauro. I relitti saranno sottoposti a ulteriori attività di studio e messa in sicurezza.

L’attività descritta consente all’Arma dei Carabinieri di proteggere i siti archeologici sommersi che sono sottoposti al naturale stress ambientale, alla costante minaccia della pesca sregolata e all’attività subacquea mirata all’impossessamento illecito del patrimonio culturale sommerso. A tale proposito i Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale ricordano che, ai sensi della normativa vigente, anche l’attività di ricerca di reperti archeologici sommersi – la cui proprietà è dello Stato – e, più in generale, di tutti i beni culturali tutelati dalla legge, è riservata al Ministero della Cultura che può dare in concessione, a soggetti pubblici o privati, l’esecuzione di tali attività. Al contrario, nel caso di rinvenimento fortuito, lo scopritore dovrà, entro le successive 24 ore, farne denuncia al Soprintendente o al Sindaco della località dove è avvenuta la scoperta oppure all’Autorità di Pubblica Sicurezza.

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