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Finte vaccinazioni ai bambini, parla l’amica di Emanuela Petrillo: «Dopo l’iniezione mia figlia non aveva la copertura anticorpale»

L'ex assistente sanitaria Emanuela Petrillo, 35 anni, è accusata di peculato, falso e omissione d’atti d’ufficio

UDINE. «Era lei a insistere affinché vaccinassi mia figlia. Mi parlava da amica, ricordandomi tutte le malattie che ci sono in giro. “È giusto farlo”, diceva, per aiutarmi a superare le mie paure. E così, alla fine, gliela avevo portata al distretto e, dopo avermi mostrato la siringa piena, le aveva fatto la puntura davanti ai miei occhi».

Fin qui, il racconto che una mamma veneta chiamata a testimoniare nel processo in corso davanti al tribunale collegiale di Udine a carico di Emanuela Petrillo, l’ex assistente sanitaria di Spresiano (Treviso) di 35 anni accusata di peculato, falso e omissione d’atti d’ufficio, in relazione alla presunta finta iniezione della dose vaccinale a centinaia di bambini, tra il 2009 e il 2017, pareva volere dimostrare non soltanto la correttezza dell’operato dell’imputata, ma anche la sua distanza da idee no vax.

Il colpo di scena nella ricostruzione che la difesa, rappresentata dall’avvocato Paolo Salandin, puntava a sottoporre all’attenzione dei giudici (presidente Paolo Milocco, a latere Carla Missera e Nicolò Gianesini), è arrivato con il tassello successivo. «Quando, qualche mese dopo, ho appreso dell’inchiesta che era stata avviata nei suoi confronti – ha detto la teste, che lavora come operatrice socio sanitaria in una casa di riposo di Conegliano –, ho portato mia figlia a fare la verifica anticorpale e la risposta è stata negativa: non risultava vaccinata».

La sua deposizione si è conclusa così, lasciando tutti - pubblica accusa e parti civili, in primis - senza parole e senza neppure ulteriori domande da sottoporle. Perché il dubbio, quello che il difensore ha inteso instillare con quella testimonianza, è che a fallire sia stato il vaccino e non, volontariamente, la sua assistita. Anche perché, dopo l’iniezione la piccola aveva manifestato le reazioni tipiche al vaccino. «Prima ha pianto – ha riferito la teste – e poi ha avuto febbre alta. Ma Emanuela mi disse di stare tranquilla, perché era normale».

Anche la prima delle tre persone citate per l’udienza di ieri aveva fornito elementi utili alla difesa. «Abbiamo lavorato insieme per tre anni a Codroipo: io mi occupavo di medicina scolastica e vaccini per gli adulti, lei soprattutto di vaccinazioni pediatriche – ha detto Mariarosa Liani, assistente sanitaria di Codroipo –. Alle sedute erano sempre presenti i genitori e la stanza del medico era contigua. Si operava in autonomia, ma mi è capitato di vederla lavorare e non ho mai rilevato niente di anomalo. Emanuela era molto preparata e aveva capacità comunicativa con i genitori: ne rispettava le eventuali perplessità, cercando di tranquillizzarli e accompagnarli in scelte condivise. Tutt’altra cosa rispetto al movimento no vax che generava timori nelle mamme». Ma il vero problema, in quel distretto, era un altro. «Ho segnalato più volte l’inadeguatezza dei locali – ha affermato la teste –: stanze vetuste, frigoriferi neppure allarmati e ambulatori sempre aperti».

Una promiscuità che non consente quindi di escludere che dentro i contenitori per i rifiuti fossero gettate soltanto le fiale dei vaccini (una delle ex colleghe che ha denunciato Petrillo sostiene di avere trovato del liquido sia nelle siringhe e nelle boccette gettate dopo la somministrazione, sia sulle pareti del bidone). «C’era un bidoncino per ambulatorio – ha spiegato Liani –, ma chiunque poteva buttarci dentro qualsiasi cosa, dal cotone alla fiala». Né è detto che fossero svuotati alla fine di ogni seduta. «Erano grandi e per buttarne via il contenuto si aspettava che fossero pieni», ha aggiunto Giulia Bertini, un’assistente sanitaria toscana che nel 2016 fu mandata all’Usl 2 di Treviso a fare esperienza. «Ho lavorato al fianco di Emanuela poche volte – ha detto –, ma ricordo che con lei i bambini non piangevano. Pensavo fosse proprio brava e quando glielo dissi, mi rispose che si trattava soltanto di esperienza».

Il processo è stato rinviato all’udienza del 26 ottobre, per sentire altri dieci testi e il consulente medico della difesa.

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