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Estorsione e minacce di morte agli ambulanti: uomini della camorra e fiancheggiatori, ecco chi sono i nove arrestati

 UDINE. Li avevano estromessi dalla fiera. Per cosa, poi? Il mancato versamento delle quote associative. Un’onta inaccettabile per chi, dopo anni di prepotenze, ritiene di avere in pugno il controllo del territorio. E si arroga quindi anche il diritto di decidere chi fare lavorare e chi no.

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«Digli a quelli che qui non ce li voglio io», dice il boss. E la sua parola vale come un veto inappellabile. Perché lungo il litorale, da Lignano a Bibione, tutti sanno chi è Pietro D’Antonio e a chi è legato: il dominus degli ambulanti che arrivano dalla Campania è uno degli uomini del clan camorristico Sarno-Contini-Licciardi.

E cioè di quell’Alleanza di Secondigliano che costruì la propria fortuna su un mercato internazionale di falsi capi d’abbigliamento e che a Nord-Est fa affari dalla fine degli anni Novanta.

Ecco, a gente così non la si può tagliare fuori. Lo pensavano, lo dicevano e non esitavano a dimostrarlo, ricorrendo alle maniere forti, gli otto ambulanti che, insieme al presidente dell’Ascom di Bibione, Giuseppe Morsanuto, 54 anni, di San Michele al Tagliamento, “costretto” ad assecondarli per non perderne i voti, sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Trieste, scaturita proprio dall’ascolto e dall’osservazione delle intimidazioni rivolte a chi, messi da parte loro, credva di continuare a occuparne la piazza.

Tutti episodi rubricati come ipotesi di estorsione, aggravata appunto dal metodo mafioso.

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Un risultato, quello raccontato nell’ordinanza del gip Manila Salvà, che rappresenta il primo giro di boa di un’indagine ancora in pieno svolgimento.

«Mi immaginavo che il contesto mafioso, in questa parte del Paese, fosse legato agli ambienti imprenditoriali e degli alti funzionari – ha commentato il procuratore distrettuale Antonio De Nicolo –. E invece, è maturato in un settore dell’economia generalmente ritenuto marginale. Il che dimostra quanto pervasive siano le organizzazioni criminali».

Tutti in carcere, quindi, gli indagati accusati di avere ostacolato, con le loro minacce, il regolare svolgimento della manifestazione “I giovedì del lido del sole” di Bibione.

A cominciare dal capo, quel Pietro D’Antonio, 60 anni, che avrebbe fatto il bello e il cattivo tempo dalla sua casa di Latisana, in via Samueli Umberto 1, con i suoi figli Renato D’Antonio, 27, di Concordia Sagittaria, e Beniamino, 39, di San Michele al Tagliamento.

E ancora, Gennaro Carrano e il figlio Salvatore, di 73 e 49 anni, napoletani trasferitisi da anni rispettivamente a Bibione e a Latisana (in via Del sole).

Partenopei anche Raffaele e Salvatore Biancolino, 41 e 22 anni, il primo con residenza a San Michele, il secondo a Napoli, ma con lunghi soggiorni a Bibione. Infine, Zefferino Pasian, 55, titolare di un’azienda agricola a Concordia. Oltre, ovviamente, al leader dell’Ascom, Morsanuto.

Sono stati l’attività di intercettazione, telefonica e ambientale, e i pedinamenti condotti dalla Direzione investigativa antimafia, diretta a Trieste dal tenente colonnello Giacomo Moroso, e dal Nucleo di polizia economico finanziaria di Trieste, al comando del colonnello Leonardo Erre, nell’ambito di un’altra indagine, a permettere di scoprire e seguire per due mesi, tra luglio e agosto 2020, i movimenti della banda.

Sette le presunte condotte estorsive contestate dal pm distrettuale Massimo De Bortoli, ma uno solo l’obiettivo perseguito: «appropriarsi del territorio per imporre l’assegnazione delle piazzole nel mercato di Bibione, escludendo gli ambulanti non residenti in loco e precisamente quelli di Lignano e Udine», precisa il gip.

A fare scattare la molla, la decisione dell’associazione Pro-Lido del sole di estromettere dalla fiera del giovedì gli ambulanti morosi. Compresi loro, quindi.

Da qui, la reazione “mafiosa”: l’autoarticolato parcheggiato in una posizione tale da impedire agli altri commercianti l’accesso all’area del mercato e l’allestimento dei banchi vendita, i filmati con i telefonini e la falsa segnalazione al comandante della Polizia municipale della presenza di venditori irregolari, la sfida con lo sguardo rabbioso e il pugno destro battuto contro il palmo aperto della mano sinistra.

Qualcuno, alla fine, aveva ceduto. Ma visto che alcuni irriducibili non si erano piegati e che bisognava dare una lezione a tutti, D’Antonio non aveva esitato a cercare di intercedere anche con l’amministrazione comunale di San Michele.

Riuscendo peraltro a ottenere la modifica della delibera. Per «scongiurare ulteriori tensioni», scrive il pm, la giunta decise il ridimensionamento della zona delle bancarelle, limitandola ai soli artigiani e alle aziende agricole. Escludendoli tutti, insomma, campani e non.

Da qui, l’ulteriore attacco, questa volta rivolto all’assessore al commercio, Annalisa Arduini. Che in una telefonata al comandante della Municipale, esasperata, dirà: «Sta esagerando, deve smetterla, mi pedinano in giro per il mercato. Oh, ragazzi, non siamo mica a Scampia!».

Eppure, nonostante questo fosse il clima, nessuno ha mai denunciato niente. «Solo quando li abbiamo chiamati a testimoniare, hanno finalmente parlato, anche in modo colorito», ha detto il pm De Bortoli.

C’è un antefatto che porta alla notte tra il 21 e il 22 ottobre 2019. È la spedizione punitiva che D’Antonio organizza a Lignano Sabbiadoro per dare una lezione a Pasquale Schiavone, un ambulante colpevole di avere detto che il gruppo copiava i suoi giubbotti. Per fargli capire «che non è nessuno», porta con sè il nipote Beniamino e Pasian.

«Li vedi questi? – gli dice – Se io muovo un dito loro ti spaccano». E il giorno dopo, nel compiacersene al telefono, lo descrive morto di paura. «Era bianco, rosso e verde».

Ha rischiato grosso anche Stefania Dolci, 46 anni, di Trieste, la vicepresidente dell’associazione Pro-Lido del sole fermamente decisa a tenere la porta chiusa agli ambulanti morosi. Pietro D’Antonio prova a convincerla a tornare sui suoi passi. «Deve fare partecipare tutti, altrimenti le bloccheremo la manifestazione o faremo di tutto perché non abbiate più le autorizzazioni», le dice.

E visto che a nulla valgono le minacce, il successivo 16 dicembre, come ritorsione della lettera inviata dal legale per regolarizzare le quote, in una telefonata D’Antonio e Raffaele Biancolino progetto di incendiarle il locale.

«Che ci vuole a bruciarglielo? Un litro di benzina, butti la bottiglia accesa. La sbatti, quella prende fuoco tutto, lei e tutto il ristorante!».

Nell’illustrare l’esito delle perquisizioni, condotte nelle abitazioni e nei negozi degli indagati, tra le province di Udine, Pordenone e Venezia, alla presenza anche del capo Dia del Triveneto, colonnello Paolo Storoni, e del colonnello della Finanza Marco Iannicelli, il procuratore ha rircordato in particolare il sequestro di alcune armi e di denaro. Quello trovato a casa del boss D’Antonio, dedito a «cessioni “in nero” di merci contraffatte»: l’equivalente di 100 mila euro in corone della Repubblica Ceca. 

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