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Davide Rossi condannato a 22 mesi per omissioni di soccorso e lesioni: «La giustizia è morta, pago perché sono figlio del Vasco»

Davide bruciò uno stop andandosi a scontrare con l’auto su cui viaggiavano due donne, provocando il ferimento di entrambe. Secondo l’accusa e la sentenza, Rossi junior si è allontanato dal luogo dell’incidente senza dare aiuto, ricostruzione che il responsabile smentisce

La giustizia si è pronunciata e lo ha fatto nel modo più duro, condannando a un anno e dieci mesi di carcere Davide Rossi. Il figlio di Vasco paga un conto salatissimo per lesioni personali stradali gravi e, reato ben più infamante, omissione di soccorso per un incidente stradale avvenuto nel settembre di cinque anni fa, a Roma: Davide bruciò uno stop andandosi a scontrare con l’auto su cui viaggiavano due donne, provocando il ferimento di entrambe. Secondo l’accusa e la sentenza, Rossi junior si è allontanato dal luogo dell’incidente senza dare aiuto, ricostruzione che il responsabile smentisce: «Sono indignato, è morta la giustizia, c’era accordo fra le parti coinvolte su come si erano svolte le cose e giustamente le due persone hanno preso i soldi dell’assicurazione, è veramente assurdo questo esito del processo, non me lo spiego».

Vasco si è schierato col figlio parlando di «sentenza profondamente ingiusta», mentre l’amico trentenne che si trovava con lui, Simone Spadano, si è preso nove mesi per favoreggiamento, avendo sostenuto di trovarsi alla guida del veicolo dichiarando il falso. Quanto a Davide, pensa di essere stato vittima del meccanismo del «figlio di»: «Purtroppo penso che questo sia avvenuto anche perché mio padre è una persona in vista. Faremo appello e speriamo che la giustizia trinfi».

Proprio non se l’aspettava che potesse finire così?

«La sentenza mi ha del tutto spiazzato, io ero tranquillissimo, se non hai commesso un fatto ti aspetti che venga fuori la verità, e invece… Paghi lo scotto di essere figlio di, penso sia l’unica cosa che le abbia spinte (le occupanti l’altra auto, ndr) a fare denuncia dopo aver ricevuto l’indennizzo dell’assicurazione. Sapendo chi ero hanno detto “proviamoci”. Sono molto perplesso».

Il giudice però ha dato loro ragione, accogliendo le tesi dell’accusa che aveva anche chiesto una condanna più severa, due anni e otto mesi...

«A caldo ho detto che la Giustizia è morta, perché confidavo nel fatto che la verità sarebbe venuta a galla e invece sono stato condannato. Non studio legge, ma penso che quando qualcuno compila una constatazione amichevole di danno faccia fede. La prossima volta chiamerò i carabinieri».

Dicono che se n’è andato, di qui l’omissione di soccorso, e che il suo amico ha detto il falso sostenendo di essere alla guida. A volte possono essere proprio i “figli di” ad approfittare delle situazioni.

«C’era il mio amico al volante. Benché non fossi tenuto a farlo visto che non guidavo io, sono rimasto a sincerarmi di quanto successo. Ho tre bambini piccoli, due di un anno e uno di sette, non sono il tipo che se ne va in un caso del genere, non l’avrei mai fatto. Mi sono allontanato dopo aver visto come stavano le cose: le due donne in quel momento stavano bene».

Ma perché il giudice avrebbe sposato una ricostruzione di questo tipo?

«Non faccio il giudice e non so come sia giunto alla sua decisione, faccio un altro mestiere, ma c’era una versione firmata. Sono allibito, ma spero che venga fuori la verità».

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