Distrutto il mais transgenico Fidenato: «Io non mi fermo»

Eseguita ieri l’ordinanza che riguardava un terreno di 7.500 metri quadrati  L’agricoltore: seminerò fino al pronunciamento della Corte di giustizia europea



/ colloredo di monte albano


Giorgio Fidenato e Leandro Taboga sfogliano le pannocchie giunte quasi a maturazione. Qualche decina di metri più in là, carabinieri, personale della Questura e Forestale di Tarcento presidiano l’accesso al campo di Laibacco seminato a Mon 810, il mais transgenico che il ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha ordinato di distruggere. E nell’attesa che i trattori entrino in funzione, trinciando e interrando le piante sotto gli occhi vigili dei responsabili dell’Ispettorato centrale repressione frodi e della Regione, il paladino della sperimentazione Ogm in agricoltura, titolare dell’azienda agricola “In trois” e il proprietario del campo nella frazione di Colloredo sondano il terreno alla ricerca di lombrichi e ammirano i chicchi cresciuti indenni alla minacciosa piralide che ha devastato il raccolto su un fondo coltivato a mais tradizionale a meno di un centinaio di metri di distanza. Poi, verso le 14, gli stocchi si flettono all’avanzata dei trattori.

«È partito tutto da qui – evidenzia Taboga – dalla volontà di arrivare a un raccolto senza usare gli insetticidi. Dal 2014 non abbiamo smesso di sperimentare» ammette, evidenziando le tappe di una battaglia, unica in Italia, per la quale Taboga e Fidenato hanno rischiato dal punto di vista penale, prima ancora che amministrativo. Taboga, proprietario di quei 7.500 metri quadrati di terreno, ha coltivato con Fidenato mais Mon 810 a scopo sperimentale. «Intendevamo dimostrare – argomenta – la differenza fra il nostro mais e quello tradizionale non trattato con insetticidi, forti della sentenza della Corte di giustizia europea del 2017, la quale stabilisce che la coltivazione del Mon 810 non può essere vietata a meno che non si dimostri che arreca danno alla salute umana, animale o all’ambiente». Sulla stessa falsariga è stata concepita la direttiva 412 del 2015. Taboga cita la Spagna «dove da 20 anni – afferma – si coltiva questo mais e il ministero dell’Ambiente ha certificato che sono stati ottenuti vantaggi economici e ambientali senza rischi».

Ingiustificata la procedura d’urgenza adottata, secondo Fidenato, che annuncia: «Entro una decina di giorni presenteremo ricorso nella speranza che i giudici non facciano politica. È la fotocopia di quanto è successo nel 2018 quando, né il Tar di Trieste né il Consiglio di Stato, hanno riconosciuto valide le nostre lamentele e nemmeno è stata sottoposta la questione alla Corte di giustizia europea. Mio malgrado pertanto – annuncia – dovrò proporre causa civile contro quei giudici perché, a mio parere, hanno compiuto violazione manifesta di un diritto dell’Unione, impedendo che la vertenza venisse affrontata dal giudice naturale che è la Corte di giustizia europea e costringendomi a seminare di nuovo».

Per Fidenato la direttiva europea, pur rappresentando il frutto di un accordo fra gli Stati, non è conforme ai trattati per un tipo di mais, sottolinea «che ha già superato la valutazione del rischio». Per questo motivo, aggiunge «solo quando vi sarà un pronunciamento della Corte di giustizia in merito smetterò di seminare».

Nel frattempo, deciso a dimostrare che il mais Mon 810 combatte la piralide e i suoi effetti sia in termini di riduzione del prodotto, sia di rischio pe la formazione di micotossine, continua la sperimentazione per escludere anche i temuti rischi sugli insetti non target, come le farfalle “a occhio di pavone”. —

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