Industriali friulani: un ruolo che manca

La Venezia Giulia sa cosa fare. E il Friuli? Pordenone si sta saldando con Trieste. Udine sta da sola

Le grandi famiglie stanno mandando al macero una tradizione di rappresentanza che in Friuli è sempre stata gloriosa. Le nuove generazioni, invece, non sono interessate, debbono stare in azienda, dicono. Ma è un alibi, è chiaro. Perché mai dovremmo occuparci noi, allora, di Confindustria Udine se neppure gli associati si danno troppo da fare?

Ci sono alcune ragioni che mi permetto qui di sottoporre alla vostra attenzione. La prima, la più ovvia, è che i corpi intermedi, dopo l’esaltazione grillina degli albori, servono. Eccome se servono.

Sono in arrivo molti denari legati al Pnrr e uno stanziamento di oltre 400 milioni per il solo porto di Trieste. La Regione dispone di un capitale insperato dopo la trattativa con lo Stato sui patti finanziari e ha una voglia matta di spenderlo.

È in corso una ripresa importante del manifatturiero e l’export torna a darci soddisfazioni. Mi figuro che tutti i territori vorranno beneficiare di un contesto irripetibile.

La Venezia Giulia sa cosa fare. E il Friuli? Pordenone si sta saldando con Trieste. Udine sta da sola. Ha le sue ragioni, naturalmente. Innanzitutto rifiuta la trazione pordenonese, e ne ha ben donde. La strategia sembra fermarsi qua: impedire ad altri di assumere una leadership senza riuscire a elaborarne una propria.

Il Friuli ha molte anime, ma è omogeneo e integrato. Perciò le fibrillazioni dentro la comunità degli industriali udinesi non possono essere trattate solo come uno scontro interno fra orientamenti diversi.

Da lì dentro deve sortire un atteggiamento adeguato per una classe dirigente che ha sempre contato molto e che oggi sembra ripiegata solo sulle necessità dei singoli.

Come faranno gli industriali a ergersi, anche loro, a controparte della politica se si comportano peggio dei politici? Il Friuli li ha fatti grandi. È tempo di ricambiare.
 

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