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Modifica dello Statuto comunale, parla Monica Cirinna: “Non esiste più un unico modello di famiglia, Udine non faccia un passo indietro”

La senatrice ha firmato l’interrogazione della collega Rojc alla ministra alle Pari opportunità. «Se la scelta della maggioranza di centrodestra passerà, mi aspetto che sia impugnata»

UDINE. «Trovo molto grave quel che sta accadendo a Udine. Se lo Statuto comunale dovesse essere modificato, mi aspetto che la ministra per le Pari opportunità, a cui ci siamo rivolti, promuova la sua impugnazione nelle sedi opportune». Nel giorno del l’ultimo duello politico sulla definizione di famiglia che l’amministrazione Fontanini intende adottare nel biglietto da visita della città, è dalla “mamma” della legge sulle unioni civili e pasionaria di innumerevoli battaglie per l’uguaglianza e il rispetto della dignità delle persone che arriva una netta bocciatura.

Senatrice Monica Cirinnà, le definizioni, a volte, possono trasformarsi in steccati e generare confusione. Cosa significa famiglia al giorno d’oggi?

«Non esiste più, e aggiungo per fortuna, un unico modello di famiglia. Famiglia è luogo del cuore, e proprio come il cuore, le emozioni e la nostra libertà, può assumere molte forme. Famiglie sono tutti quei luoghi dove una persona si sente a casa, riconosciuta, protetta; dove può diventare se stessa in condizioni di libertà ed eguaglianza».

La maggioranza di centrodestra vuole riscrivere lo Statuto definendo la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”. Un passo indietro e una delegittimazione delle altre forme di unione e convivenza?

«Lo Statuto comunale non è un documento di maggioranza, ma un atto che descrive la fisionomia di un’intera comunità. Non può essere cannibalizzato da ideologie o tattiche politiche contingenti. Si sceglie di ignorare la pluralità di famiglie che ha ormai scardinato modelli tradizionali. Penso che non sia soltanto un passo indietro, ma un’operazione che intenzionalmente esclude alcune esperienze dalla cornice comune della convivenza».

Il consigliere relatore esclude intenti discriminatori e riflessi effettivi sul piano dei diritti e spiega di avere voluto semplicemente ricalcare l’articolo 29 della Costituzione. Una dichiarazione di principio, insomma...

«Lo invito a rileggere gli atti dell’Assemblea costituente, e a non strumentalizzare la Costituzione. L’articolo 29 è scritto così perché, come ricordava Aldo Moro, era necessario stabilire la precedenza della famiglia rispetto al potere pubblico. Riaffermare cioè che la famiglia è luogo di libertà, che non si presta a strumentalizzazioni politiche e ideologiche come avveniva durante il fascismo. Per ragioni storiche, la Costituente si concentrò prevalentemente sul matrimonio. Ma già allora era viva la consapevolezza che esistevano anche famiglie non matrimoniali. Ciò ha consentito alla giurisprudenza di interpretare l’articolo 29 in armonia con gli articoli 2 e 3, aprendo al riconoscimento di altre forme familiari. Il consigliere relatore ignora tutto questo, e usa la Costituzione per scopi, escludere, che con essa vanno in radicale contrasto».

Pensa che quella di Udine, peraltro la città di Loris Fortuna, sia un’eccezione nel panorama italiano, oppure che incomba il rischio costante di vedere cancellate le conquiste fin qui raggiunte?

«Assisto a un clima regressivo, che purtroppo è in linea con quel che sta avvenendo in Paesi come la Polonia e l’Ungheria, e che in Italia è alimentato dalla propaganda oscurantista delle destre. Un unico filo, nero, che unisce gli attacchi alla libertà femminile e alle persone Lgbt+. Qualcosa di cui essere consapevoli e da vigilare con attenzione. Allo stesso tempo, però, vedo che le giovani generazioni sono molto più avanti della politica e dello stesso Parlamento, non intendono rinunciare alle conquiste di civiltà degli ultimi quarant’anni e vogliono spingere l’Italia verso la costruzione di piena eguaglianza e la garanzia di piena libertà e dignità a tutti».

Dal Friuli, il caso è rimbalzato a Roma, grazie all’interrogazione della senatrice Rojc alla ministra per le Pari opportunità, che lei ha sottoscritto insieme ad altri parlamentari. Come vi aspettate che intervenga?

«Ci aspettiamo intanto che quel che sta accadendo a Udine possa avere risonanza nazionale. E ci auguriamo che la ministra abbandoni ogni timidezza e si pronunci con chiarezza contro una scelta gravemente escludente, discriminatoria e contraria alla Costituzione».

Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha scritto alle istituzioni europee, sostenendo che “l’odio, l’intolleranza e la discriminazione non hanno posto nella nostra Unione” e invitando a “sostenere la diversità e l’uguaglianza Lgbt”. C’è una cultura conservatrice che invece fatica ad aprirsi a questi diritti?

«Esiste senz’altro, è forte e soprattutto chiassosa, ma anche sempre più minoritaria e inesistente tra i giovani. Proprio l’Europa ci invita costantemente a riconoscere piena eguaglianza alle persone Lgbt+, proteggendole dall’odio e dalla violenza e garantendo loro spazi di libertà e autodeterminazione. La collega Rojc ha voluto richiamare la lettera di Draghi, per ricordare che l’Italia vuole collocarsi dalla parte giusta dell’Europa e della storia».

Un occhio al passato. In occasione dell’approvazione della legge sulle unioni civili, le opposizioni denunciarono tutte le cose ripetute sul ddl Zan. L’ostruzionismo si aggrappò principalmente allo spauracchio dell’“utero in affitto”. In questi ultimi anni c’è stato un boom di coppie omosessuali, unite civilmente, che vi hanno fatto ricorso?

«Non parliamo, neanche tra virgolette, di “utero in affitto”: è un’espressione gravemente offensiva verso le donne e le bambine e i bambini che nascono grazie alla gestazione per altri. Che è, appunto, il suo nome. La Gpa era un falso problema ai tempi delle unioni civili e lo è a maggior ragione in relazione al ddl Zan. Infatti, a farvi ricorso sono in larghissima parte coppie eterosessuali. Le coppie omosessuali straniere vi hanno accesso soltanto in Paesi come Usa o Canada, in cui tutti sono garantiti e tutelati, a partire dalla donna gestante».

Come si esce dagli stereotipi culturali e di genere, garantendo agli italiani gli stessi diritti oggi riconosciuti in tutta Europa?

«Continuando il lavoro culturale che tante persone e associazioni portano avanti con fatica nella società, a partire dalle scuole. Ma la politica deve sostenere questo processo con coraggio, anche con strumenti legislativi adeguati e promuovendo l’uguaglianza con decisioni chiare. Purtroppo e ancora troppo spesso - penso al ddl Zan -, la politica preferisce “decidere di non decidere”, squalificandosi, specie agli occhi dei più giovani. Bisogna continuare a lottare con tenacia, giorno per giorno. Il mio impegno politico è questo». —

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