Sofia e il muro di pregiudizi: «La società patriarcale non nuoce solo alle donne»

Ha realizzato un’installazione a conclusione degli studi alla Libera accademia delle belle arti. L’opera, in progress, è costituita da una doppia parete ricoperta di biglietti a sfondo sessista

Sofia Cappello, udinese di 22 anni, appena laureata alla Libera accademia delle belle arti di Firenze, è un’artista già matura come appare dall’analisi dell’opera realizzata come elaborato finale del suo percorso di studi.

Un’installazione composta da una doppia parete formata da quattro pallet l’una, sui quali sono fissati, con uno spago, dei quadrati di tela di cotone sui quali sono riportati commenti sessisti che lei o altre persone hanno subìto. L’aspetto strutturale del lavoro non è ininfluente, in quanto l’effetto voluto è quello di un muro, una barriera che divide in due parti distinte una porzione di stanza.

Questa divisione obbliga chi l’osserva a scegliere da quale parte andare, per poi trovarsi davanti a una delle due pareti dove potrà leggere, sui fogli di tela, commenti, insulti e pregiudizi connessi al tema del sessismo. Si può contribuire all’opera, che è in progress e che è stata presentata l’altro giorno, all’incontro organizzato dalla Cisl Fvg in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne a Palmanova, inviando una frase sessista che ci ha colpito, direttamente o indirettamente, a: sofiacappello7712@gmail.com.

Che cosa ti ha indotta a realizzare quest’opera?

«Il mio modo di essere e di agire nel sociale mi porta a sentire la necessità di un’arte attiva nella comunità e che possa sensibilizzare le menti e le coscienze verso una convivenza collettiva migliore. Nonostante l’attuale ambiente politico e sociale offra innumerevoli spunti di riflessione, ho scelto di concentrami su ciò che sento vicino alla mia generazione e che richiede con urgenza un cambiamento: il tema degli stereotipi e del binarismo di genere in quanto la società è ancora molto patriarcale e sessista».

Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso il tuo progetto?

«Penso che un aspetto cruciale, che tuttavia spesso tralasciamo trattando il tema della lotta contro la violenza di genere, stia nel fatto che è completamente anacronistico pensare che riguardi solo la donna. Ognuno di noi, tuttora, si trova a fare esperienze del sistema patriarcale in cui viviamo. La prima tra tutte è l’assegnazione del sesso ancor prima della nascita e ciò limita fortemente la libera scelta. Sebbene sia un discorso considerato ancora rivoluzionario, data l’impreparazione della società sul tema, l’assegnazione del sesso dovrebbe essere una scelta consapevole e compiuta, quindi, a posteriori».

E invece?

«I genitori sentono il bisogno impellente di definire il sesso del bambino mentre è ancora nella pancia. In questo modo incasellano già il figlio in categorie di maschio e femmina che condizioneranno la sua crescita, il suo modo di vivere e, qualora il bambino dovesse esprimere preferenze non conformi al suo genere sarà esposto ad atti di bullismo e violenze che lo segneranno in profondità».

Tornando alla tua installazione, quale reazione del pubblico ti aspetti?

«Il cardine dell’opera sta proprio nell’azione del pubblico che è invitato a toccare con mano i fogli di tela appesi ai bancali e sfogliare tra le parole che legge. Grazie al materiale utilizzato, più le persone entrano in contatto con ciò che leggono e scelgono di farne esperienza e più i fogli che riportano gli insulti e i commenti negativi sessisti si rimpiccioliscono, vinti dall’azione consapevole delle persone. Così, tramite l’esperienza artistica, le parole si sgretolano, i limiti si sfumano e si attiva l’immedesimazione per nutrire l’empatia e la comprensione». 

Video del giorno

Maneskin, il "moonwalk" di Damiano prima del «Saturday Night Live»

Porridge di avena alla pera e nocciole

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi