Omicidio nei campi, condanne per 40 anni

Chiuso il processo a Raiola e Martinez in corte d’assise. I difensori: «Sentenza esageratamente punitiva. Appelleremo»



mortegliano


Il verdetto della corte d’assise di Udine è arrivato alle 21.30, al termine di una maratona processuale cominciata al mattino e culminata in un giudizio più pesante delle condanne chieste dalla stessa Procura: 24 anni di reclusione a Raimondo Raiola, il 46enne di Tricesimo che il 6 giugno 2020, in una strada in mezzo ai campi di Mortegliano, materialmente sparò, e 16 anni a Jorge Wilfredo Martinez, il 31enne originario dell’Honduras e residente a Udine che era con lui e che, al pari, rispondeva di concorso in omicidio e rapina. Entrambi colpevoli, quindi, della morte di Rahimi Zazai, il 24enne afghano residente a Codroipo, deceduto due giorni dopo l’imboscata che avevano pianificato, per appropriarsi dei soldi - 4 mila euro quelli recuperati dal solo Martinez - che la vittima avrebbe portato con sè, per acquistare una partita di droga in Piemonte, dove lo avrebbero accompagnato.

Il pm Elena Torresin aveva concluso le sue due ore e mezza di requisitoria, proponendo che agli imputati fossero inflitti rispettivamente 18 e 15 anni, in forza del riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti su tutte le aggravanti, visto il comportamento collaborativo dimostrato da entrambi. La corte, presieduta dal giudice Paolo Alessio Vernì (a latere il collega togato Paolo Milocco e i sei giudici popolari), ha invece ritenuto di applicarle a Raiola in equivalenza, e di disporre inoltre, a pena scontata, 3 anni di libertà vigilata l’uno. Quanto alle richieste della parte civile, rappresentata dall’avvocato Martino Benzoni, che aveva quantificato il risarcimento in 255 mila euro per ciascuno dei genitori e in 148 mila euro per ognuno dei quattro fratelli, a titolo di danno non patrimoniale, la liquidazione sarà stabilita in sede civile.

«In questa tragedia – aveva osservato il pm – hanno perso tutti: la vittima, ovviamente, ma anche gli imputati. Che non sono certo delinquenti, ma due lavoratori che si erano conosciuti qualche mese prima nel giro dello spaccio udinese e che sono finiti in qualcosa di più grande di loro. Pensavano di fare una furbata: una rapina ai danni degli afghani. E, per dimostrare di essere forti, si erano portati un’arma. Ma poi la situazione è sfuggita di mano e ci è scappato il morto». Presenti in aula, Raiola (tuttora in custodia cautelare in carcere) sentiva alle spalle l’amore della moglie, del figlio e della madre, e Martinez (passato ai domiciliari) sedeva al fianco della compagna.

«È una sentenza esageratamente punitiva e che impugneremo», hanno commentato i difensori. L’avvocato Massimo Cescutti, che assisteva Raiola e che ha ricordato non soltanto la sua incensuratezza, ma anche l’ammissione immediata delle proprie responsabilità e l’offerta risarcitoria, aveva insistito in particolare sull’accidentalità dello sparo fatale, il secondo, «partito – ha detto – quando ha colpito Zazai sulla schiena con il calcio della pistola. Dopo il primo colpo, esploso verso terra, aveva ottenuto quel che voleva: i soldi e spaventarlo, stanco delle intimidazioni che con gli altri afghani gli aveva rivolto. Perché ucciderlo?». Scontato l’appello anche per Martinez, difeso dall’avvocato Giovanni Donazzolo, che aveva escluso l’applicabilità del dolo eventuale o del concorso anomalo nell’omicidio. «Si sono approcciati a un mondo che non conoscevano – aveva argomentato –. Il mio non sapeva niente delle pressioni degli afghani e non poteva prevedere quel che sarebbe successo quella mattina. E alla fine gli ha chiesto: “Perché hai sparato?”». —

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