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Il fossato tra politica ed elettori: è ancora attuale l’analisi fatta da D’Aronco nel 1970

UDINE. Ricorre oggi, 3 dicembre, il secondo anniversario della scomparsa di Gianfranco D’Aronco. Già lo scorso 19 ottobre, in occasione di quello che sarebbe stato il suo centunesimo compleanno, un gruppo di amici (il Comune di Udine, l’Istitût Ladin Furlan “Pre Checo Placerean”, la Società Filologica Friulana e l’Agenzia Regionale per la Lingua Friulana) hanno voluto ricordarlo con la presentazione di un libro a lui dedicato (“Par une regjon dome furlane”, a cura di Gianfranco Ellero) e, grazie al Gruppo teatrale della Loggia di Danilo D’Olivo, con le letture interpretative tratte da due testi teatrali scritti da Gianfranco tra gli anni Quaranta e Cinquanta e tradotti in friulano da Bepi Agostinis.

Ci piace ora ricordare Gianfranco D’Aronco ripresentando un suo saggio, tratto dal quinto numero di “Opinioni Personali”, un bollettino trimestrale uscito tra il 1969 e il 1976, contenente articoli di argomento variamente politico, specie locale. Era la voce di un semplice osservatore in cui si manifestavano liberamente opinioni su fatti e problemi, soprattutto riguardanti la riforma regionale e il delicato rapporto tra Udine e Trieste, in una regione nata bicipite e sviluppatasi nel dogma dell’“Unità”. L’intera raccolta dei bollettini, arricchita dalle illustrazioni di Gianni Di Lena, è stata ripubblicata dalla “Provincia di Udine” nel 2017.

Il saggio di D’Aronco

«Io non insegno: racconto», scriveva Montaigne nei Saggi. Noi non siamo Montaigne, neanche in sedicesimo, e non pretendiamo che il nostro racconto serva a insegnare qualcosa, specie a coloro che rivestono responsabilità politiche. Oltre a tutto, essi non hanno bisogno di attingere lumi da noi: le nostre osservazioni non li toccano. Essi tacciono, e quando fanno vista di accorgersi, lo è solo per mostrarsi offesi.

Intanto, in mancanza di una politica (le forze contrapposte dei quattro partiti amici-nemici si elidono, e la formazione di un nuovo governo lascia i disaccordi come sono), il paese va per suo conto.

Tornano paurosamente di attualità le parole che scriveva a Talleyrand il duca di Dalberg nel 1830: “Nous étions a la veille d’entre dans un système d’anarchie démocratique”.

Le recenti discussioni hanno scavato ancora di più il fossato tra governanti e governati. I primi si ritengono i soli interpreti delle esigenze reali del paese, e tutti sono leaders che dicono: “Le parti c’est moi”.

Vi è un divorzio sicuro in Italia, già in atto: quello tra paese legale e paese reale. Né vale che le segreterie dei partiti pubblichino di tanto in tanto comunicati, per sottolineare la necessità di una partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Nella realtà questa partecipazione essi l’hanno sinora sistematicamente rifiutata, e oggi continuano a non volerla, per non dividere nulla: con la stessa mentalità dei vecchi regimi assolutistici, fatti di sovrani che comandano e sudditi che obbediscono. Come non vale, per noi almeno, che molti onorevoli, simili a diligenti viaggiatori di commercio, corrano qua e là la domenica, tanto solleciti quanto non richiesti, per i paesi del loro collegio, con la malcelata persuasione che qualcosa, presto o tardi, si raccoglie dal cliente.

La corsa anelante al potere, dalle infime cariche alle massime, ha fatto stravedere a troppi concorrenti. Per loro la soluzione politica migliore è quella che coincide con le proprie personali aspirazioni. Raggiunta una determinata posizione, in Italia tutto va bene. Quale regime migliore di un regime che riconosce e premia i loro meriti? Che cosa mai si vuole cambiare, se essi sono salutati con riverenza dagli uscieri e persino le loro mogli sono chiamate “eccellenza”? Perché mai fare della politica coraggiosa, o anche solo della politica, se c’è pericolo di perdere un voto?

«Non c’è che una verità sola», essi dicono, come il protagonista dei Piccoli borghesi di Gorki, “la mia!”.

I problemi che minacciano la vita democratica stessa sono per loro, quando se ne accorgono, naturali. Ci sono sempre state cose che non vanno. Ma l’atteggiamento più frequente è quello di eludere questi problemi e di rimandarli. La loro è la politica del rinvio, secondo la buona usanza italiana che Maria Luisa Ramé ci rimproverava negli anni di Crispi (“The Crispi’s Dictatorship”): quella tendenza appunto «a eludere la soluzione dei grandi problemi, attraverso un diluvio di luoghi comuni, che colpiscono l’orecchio, ma di nessun valore o significato, dietro al cui paravento si aggira la reale sostanza del problema». Ma questi problemi ci sono, e battono alla porta sempre più forte.

Lo stato è carente. Non prende iniziative, ma interviene solo se trascinato con la violenza. Lo stato non riesce a spendere quel che ha stanziato in bilancio. Gli ingranaggi burocratici sono logori, sì da far parlare Le Monde (16.IV.1969) di “sclérose administrative”: il meno riformatore dei ministeri è stato quello della riforma burocratica. Per far muovere lentamente questa macchina arrugginita, lo stato spende più di 4 mila miliardi, con sperequazioni a favore dei borosauri e a sfavore dei modesti esecutivi: sperequazioni che gli ultimi aumenti, anziché attenuare, hanno aggravato. C’è una crisi della giustizia, che ne investe tutti i settori: ci sono carenze legislative e disfunzioni organizzative; i poveri non hanno altra difesa che quella, inadeguata, del gratuito patrocinio. Dei mille miliardi stanziati nel 1965 per l’edilizia scolastica, ne sono stati spesi sino a oggi solo un decimo.

“La cosa che spero”, diremo con lo Sterne (Tristan Shandy), «è che le Signorie Vostre Illustrissime non abbiano ad offendersi: se lo farete, potete star sicuri che l’anno venturo vi darò io motivi ben più validi, o nobili persone, di restare offesi...». Dicono che constatare il crescente distacco tra classi dirigenti e popolazione è moralismo e qualunquismo: piuttosto si cerchi, essi osservano, di spiegarne le cause. Veramente avrebbero da spiegarcele loro, che sono del mestiere. Ma se lo vogliono sapere da noi, diremo che, fatta l’Italia, sono ancora da farsi gli italiani: è mancata la prima grossa riforma, quella degli uomini.

Intanto, con i problemi, tutte le altre riforme si accumulano e si eludono, aggiungendone di nuove a quelle che sono state promesse da anni: cioè contraendo un nuovo debito senza pagare i vecchi, come faceva il povero Giuffrè.

Se dunque vi è un risultato da questa lunghissima crisi, esso è la rottura ormai avvenuta tra chi amministra e chi è amministrato. È una nuova forma di divorzio all’italiana. Resta da sperare solo che, dopo questo dramma, non nasca la tragedia. Perché un matrimonio fallito si può anche rabberciare, purché uno dei due separati non muoia, magari per suicidio: per il quale la nuova democrazia italiana pare nutra una voluttuosa tendenza.

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