Si è spento Giancarlo Martina, voce della Valcanale: dal fuorisacco a Whatsapp, per 50 anni firma storica del Messaggero Veneto

Giancarlo Martina in una foto recente e, a destra, in un'immagine tratta dal suo profilo Fb

TARVISIO. Se n’è andato in silenzio, accudito dall’inseparabile e vulcanica signora Mirella e dai due figli Micky e Barbara di cui era orgoglioso più che mai. Se n’è andata quella che per 50 anni è stata la voce di una valle.

E’ morto a 78 anni, compiuti soltanto domenica 16 gennaio, all’ospedale di Tolmezzo Giancarlo Martina. Nel sonno, senza nemmeno accorgersene.

Un pezzo, grande, autentico, vero, di Tarvisio, della sua Valcanale, della montagna friulana e degli sport della neve che ha raccontato con passione per mezzo secolo.

Fino allo scorso giugno, quando con una mail garbata, ma ferma, aveva avvertito il Messaggero Veneto, il “suo” giornale, un grande pezzo della sua vita a tutte le ore, che, dopo 50 anni, era costretto ad alzare bandiera bianca.

Sapeva che quella malattia che lo stava tormentando da anni gli avrebbe lasciato poco tempo. Sapeva, ed è uno dei meravigliosi esempi che lascia questo straordinario professionista, che per raccontare una comunità, una valle, per appassionare attraverso un giornale la gente allo sport, bisognava essere al cento per cento.

“Ho una certa età, meglio lasciare spazio ai giovani”, ci disse con un velo di malinconia. Strano per uno come lui che, con passione, cocciutaggine ma anche disinvoltura, in mezzo secolo, aveva contribuito a raccontare il passaggio della sua valle, della sua Tarvisio, da avamposto del mondo occidentale, passando per la  caduta di un muro, fino a posto strategico al centro dell’Europa, saltellando, con un’abilità che andrebbe insegnata ai giovani, dagli articoli mandati al giornale con l’ultimo treno per Udine della sera attraverso i mitici “fuorisacco”, ai messaggini, puntuali e corredati pure da foto, inviati su wathapp al meravigliato cronista inchiodato sulla scrivania in pianura, spesso per necessità, ma a volte anche per pigrizia.

Il fuorisacco? Sì, partiamo da quello. Un giorno il figlio Miky, colonna del Soccorso alpino della Guardia di Finanza lassù ma anche valido musicista, prese in castagna il papà, restio a raccontare quegli anni meravigliosi.

“Anni ’70 – raccontò – ti ricordi papà quando mi mandavi di corsa nella vecchia stazione dal capotreno dell’ultimo convoglio della sera per Udine con la busta degli articoli fuorisacco da spedire al Messaggero Veneto?”.

Lui sorrideva. E finalmente raccontava. Nel 1971, anno in cui Martina confezionò il primo articolo per il nostro giornale (era una partita del campionato carnico), la vita del corrispondente dai paesi per un quotidiano era questa.

Lavoro, poi, nei ritagli di tempo, laboriosa raccolta delle notizie - i mezzi erano quel che erano - e via a scrivere, telefonare, dettare o spedire in redazione. Ha imparato da solo a fare questo mestiere, e bene.

Eppure, Martina non aveva un lavoro qualsiasi perché era dipendente, dal 1968, diventando poi anche caporeparto, delle Acciaierie Weissenfels di Tarvisio.

Attraversò, insomma, in pieno la fortunata avventura industriale del cavalier Melzi, di cui era un pretoriano di ferro. Visse l’epopea di una fabbrica-paese, dell’industria pesante, faro di una valle per i posti di lavoro che assicurava. Cosa impensabile adesso.

Lavoro, famiglia, passione per il racconto. La signora Mariella, che ogni anno riempie di fiori il giardino della casa di famiglia a Tarvisio Bassa con mirabilanti elaborazioni (quanto ne era orgoglioso il marito) sorride. Lavoro, giornale, famiglia. Ma lo perdonava il suo Giancarlo per questo, anzi lo incoraggiava.

Fino al 2002, l’età della pensione, Martina lavorava, organizzava comandava, con decisione e rispetto. E con rispetto e discrezione, scriveva. Raccontava. Diceva sempre Ido Cibischino, collega, e suo grande amico: “Se non avesse fatto il dipendente della Weissenfels avrebbe fatto il giornalista”. Ido, si, l’hai beccata anche stavolta. Giancarlo Martina, “gimar44” la sua mail con l’impronta dell’anno di nascita, era così.

Anzi, una volta in pensione, le sue energie per il Messaggero Veneto si sono moltiplicate. C’erano Tarvisio e la Valcanale ora al centro d’Europa, con i loro sogni ma anche i tanti problemi, da raccontare.

Era un’istituzione nella valle Giancarlo. Applaudito, anche criticato. Lui raccontava con quella forma inconfondibile (gli toglievi l’arcaico “s’è” dai suoi pezzi, sorridevi, lui lo rimetteva, tu risorridevi e ritoglievi e via così, senza dirgli nulla, per rispetto), ma con quel pregio che non è di tutti: riempire di notizie e notizie un articolo.

Saltellando dalla cronaca nera agli sport della neve, passando per consigli comunali, assemblee sindacali o frontiere che cadevano. Oppure miniere che chiudevano, come a Cave del Predil.

Era rispettato Martina, eccome. Soffriva, e tanto, nel raccontare le tragedie che colpivano la sua comunità. Indimenticabile, ma è solo uno dei tanti esempi che potremmo fare, l’abbraccio col papà del giovane alpinista Luca Vuerich, scomparso ormai 12 anni fa.

O la valanga di giorni passati lontano da casa alla fine dell’estate 2003 per raccontare la terribile alluvione che aveva colpito Valcanale e Canal del ferro. La signora Mirella, tra un fiore e l’altro, preparava la cena. “Dopo, dopo Mirella devo mandare un pezzo al giornale”, immaginiamo quante volte deve averle detto.

Sempre vicino alla sua gente, raccontando la sua gente. Gente tosta, spesso forgiata da anni di emigrazione (anche Giancarlo aveva cercato fortuna in Francia) e, spesso, tragedie.

E lo sport? Era la sua grande passione. Aveva fatto i giochi studenteschi di discesa, ne andava fiero, come raccontava con orgoglio le imprese giovanili del suo Micky,  anche azzurro nel salto con gli sci.

Manuela (Di Centa), Gabriella (Paruzzi), la “sua” Gabriella, guai a toccargliela la “Gabri”. E poi Nives e Romano (Meroi e Benet), Giorgio (Di Centa). Da ultimo Della Mea, Vittozzi, Buzzi. Dalla Valcanale a Sappada: Martina ha raccontato in mezzo secolo la storia dello sci friulano, finendo in mezzo a una vera e propria miniera di medaglie olimpiche e mondiali.

Lui raccontava, con disinvoltura, passando dagli aspiranti al Trofeo Topolino alla magia di un’Olimpiade o alla Coppa del mondo femminile sulla di Prampero o le Unversiadi 2003. Lo faceva con rispetto per la fatica di quegli atleti. Con umiltà, passione.

Come quando dalla pianura arrivava a dargli manforte il cronista del giornale, meglio se giovane e spaesato, e lui lo faceva sentire a casa, perfetto compagno d’avventura.

Ciao Giancarlo. Tarvisio, la Valcanale, la montagna friulana, lo sport friulano hanno perso una delle loro voci più belle ed appassionate.

Ma i tuoi nipoti, Victoria e Marco, che adoravi, potranno raccontare con orgoglio di quel nonno, che dal fuorisacco a WatsApp, ha scritto per mezzo secolo un pezzo di storia della montagna. Quello resterà sempre.

Per questo in tanti mercoledì alle 14.30 nella chiesa parrocchiale di Tarvisio gli tributeranno l’ultimo, grande, applauso

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