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La pubblicazione

Profumi e sapori della città natale nel libro del ghost-writer Olmoti

L’udinese si mette a nudo con il romanzo “Stracci e ossa”, edito da Miraggi. Un viaggio nel tempo che porta il protagonista alla casa di famiglia in viale Venezia

Paolo Patui
1 minuto di lettura

La copertina del libro di Giorgio Olmoti

 

UDINE. Puoi essere il ghost-writer più abile al mondo, ma se continui a rifornire di parole non tue altri scrittori resterai un'ombra e nulla più. Ci sono però ghost-writers che hanno il coraggio di stracciarsi le vesti e mettersi a nudo raccontando il proprio animo, il proprio sguardo sul mondo e i propri sconfinamenti letterari in un romanzo seducente e ficcante come Stracci e ossa dell’udinese Giorgio Olmoti (Miraggi edizioni).

È una storia randagia e storpia quella raccontata, con forti sottolineature autobiografiche, dall’autore, che veste i panni di un protagonista cacciato proditoriamente dalla casa editrice per cui ha lavorato nella grande metropoli e quindi costretto a trovare rifugio periferico a Udine.

Ferma e dannata come una palude per buona parte dei primi capitoli, la storia di Olmoti rigenera gli angoli della città natale ed è ugualmente densa di sapori, di aromi, di sputi, di lampi di genio. Una scrittura brillantemente maledetta, capace di deviazioni improvvise, sorprendenti ed estremamente affascinanti e rigonfia di sferzanti paradigmi, impietosi nei confronti della banale quotidianità dell'esistenza, in cui i consueti piani-ferie diventano «una sorta di programmazione della felicità a tavolino».

Come un solitario personaggio, tormentato quanto Bukowski, attorcigliato come Kafka, Olmoti racconta gli amici di un tempo che sono rimasti «in una terra di mezzo tra quelli che si sono tolti dal risucchio della fanga spessa che ci stava inghiottendo tutti e quegli altri che sono spariti in un gorgo di bestemmie e paura».

Ma ecco che la narrazione decolla: il protagonista rintraccia il vecchio appartamento di famiglia ormai disabitato in una palazzina al civico 398 di Viale Venezia e angosciato e ferito dal mondo che lo circonda viene risucchiato inesorabilmente in una sorta di gorgo nostalgico, dentro alla solitudine protetta delle mura della sua casa bambina. Sembra un riparo salvifico dall’aria tossica che infetta, non solo medicalmente, il mondo esterno.

Ma l’isolamento uccide, terrorizza e nega la possibilità di ogni ritorno. Il finale è oscuro e buio, sebbene mitigato da una dolcezza interiore e da una sensibilità nascosta tra le righe di una scrittura che sa essere splendidamente elegante in certi passaggi e volutamente brusca, quasi scortese in altri.

La capacità letteraria di Olmoti è affascinante e sorprendente almeno tanto quanto lo è la sua visione dell'esistenza, continuamente mistificata da un pensiero occidentale terribilmente falso e ipocrita, testimoniato dalle stesse macchinette del caffè quando ci propongono «una bevanda al gusto di cioccolato che la dice lunga sul surrogato di realtà che scambiamo per vita».

Se può consolarvi sappiate che il gusto di Stracci e ossa non è di certo un surrogato della letteratura. Anzi.

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