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L’abbraccio al Direttore

Le navate del duomo di San Martino si sono riempite di centinaia di persone, tra lacrime trattenute a stento e commozione profonda per l’ultimo saluto a Omar Monestier, scomparso, a soli 57 anni, nella notte tra domenica e lunedì nella sua casa di Moruzzo

Aggiornato 4 minuti di lettura

Sono venuti da mezza Italia. Da Torino, da Livorno, da Padova, da Pavia, da Udine, da Trieste, da Pordenone e da tutte le altre città dove Omar Monestier aveva lavorato, in più di trent’anni di carriera. E se sono venuti in tanti, in tantissimi, i suoi giornalisti a rendergli l’ultimo, straziante, omaggio, significa che non solo il direttore di giornale aveva lasciato un’impronta nella vita dei suoi colleghi. Quell’impronta, indelebile, nel cuore e nella testa di chi l’ha conosciuto, l’ha lasciata l’uomo Monestier.

E così il mesto corteo di colleghi - dai direttori delle testate del gruppo Gedi all’ultimo dei cronisti - si è stretto alla famiglia, alla moglie Sara e ai figli Benedetta, Tommaso, Giulio e Giovanni, agli altri parenti e ai tanti amici. E le navate del duomo di San Martino si sono riempite di centinaia di persone, tra lacrime trattenute a stento e commozione profonda per una vita spezzata troppo presto, a soli 57 anni, nella notte tra domenica e lunedì per un malore nel sonno, nella sua casa di Moruzzo.

Dopo le letture dal libro di Giobbe e dal vangelo di Matteo, è stato don Alex Vascellari, vice parroco del duomo bellunese, a tenere l’omelia in ricordo del direttore del Messaggero Veneto e de Il Piccolo. «Due beatitudini - ha detto il sacerdote - risplendono in modo particolare in Omar Monestier. La mitezza, com’era questo intellettuale gentiluomo, questo direttore gentile, che se ne è andato con discrezione. La sua persona ha brillato nella famiglia e nel lavoro, ha dimostrato un modo bello e buono di affrontare la vita che la rende degna di essere vissuta, con una delicatezza e una finezza che ci permette di godere della bellezza senza sciuparla.

La seconda beatitudine è la sete di giustizia e di ricerca della verità, schietta e onesta, che il direttore ha dimostrato. In modo a volte pungente, quando necessario, ma sempre senza paura, con la schiena dritta davanti ai potenti. La sua era una determinazione e una professionalità che non faceva sconti, che faceva crescere, spronava ognuno a dare il meglio di sè e a puntare in alto, rifuggendo dalla mediocrità. Omar e il Giobbe della Bibbia sono uomini distanti millenni, ma in fondo simili. Giobbe espresse il desiderio di comunicare agli altri quello che sentiva, come non pensare al giornalismo? A Dio ti affidiamo, Omar, che tu possa attingere alla verità, che tu possa scrivere per il Signore, che i tuoi occhi possano contemplare la bellezza che hai seminato nel cammino della vita terrena».

Funerali Monestier, il ricordo del figlio: "Ricordate papà senza mitizzarlo"

Prima della benedizione della bara con l’acqua del battesimo e l’incenso è stato il figlio del direttore, Tommaso Monestier, a prendere la parola. Nulla di scritto, parole di getto che venivano dal profondo del cuore e che hanno commosso, ancora una volta, i presenti.

«Oggi indosso un abito di papà perché sottomano non ce n’erano altri - ha affermato - e lui mi avrebbe detto “sembri un sacco di patate, la taglia è importante, Tommaso”. Voi amici, colleghi e familiari sentirete per tanto tempo la voce di Omar, di papà, sarcastica, a volte pungente, ma sempre presente. Lui cammina con le mie gambe, con le vostre gambe e lo ritroverò in ogni libro che gli ho rubato e che non gli ho mai restituito. Tra poco dovrei laurearmi, non aspettava altro e anch’io aspettavo di vederlo contento, con tutta la famiglia. Perché non potete nemmeno immaginare quanto i miei genitori si amino. Una volta gli dissi “papà tu per me sei una montagna troppo alta da scalare”, lui mi rispose incoraggiandomi “ognuno ha la sua strada da percorrere”. Era un uomo vero e complesso, aveva forza, umorismo, cocciutaggine, quanta cocciutaggine. Io vorrei ereditare anche la sua barba, ma per quella ci vorrà del tempo. Papà sei stato la meteora che ha illuminato per sempre la mia vita».

Quindi, accanto alla bara di legno chiaro con sopra un grande cuscino di rose bianche, ha preso la parola la figlia maggiore, Benedetta. «Papà era vita. Papà era un profumo buono, un bacio al sapore di caffè la domenica mattina, un sorriso innamorato - ha detto - . Papà era disciplina. Papà era musica. La musica gli piaceva tanto. Dacché io abbia memoria, papà mi svegliava spalancando la porta della camera e lasciando entrare l’aria della sua opera preferita del momento.

Papà mi ha portata all’opera con lui tante volte. E per me erano momenti magici, piccole isole felici in cui potevo godere io sola di quell’uomo che mi conosceva con una profondità inaudita, che mi faceva la guerra per farmi capire il significato della pace, che mi insegnava a cadere perché sapeva già - testarda come sono - quanto mi sarei fatta male. Si potrebbe dire che papà mi abbia amato anche attraverso la musica. E sapete, domenica mi sentivo così felice e a un certo punto ho iniziato a cantare tra me e me il “Nessun dorma”. Ero di colpo emozionata al ricordo di averlo sentito dal vivo con papà, e così gli ho scritto “papà sto sentendo il “Nessun dorma” e ho i brividi. Mi porti a vederlo di nuovo?”. E lui mi ha risposto, subito, “va bene”. Cosa non avrebbe fatto per rendermi felice. Caro papá, mi sono chiesta lungamente perché la mia storia d’amore con te sia finita sulle note del “Nessun dorma”. Non ho una risposta, non l’avrò mai. Ma so con tutta me stessa che il tuo ricordo è e sarà sempre l’opera più bella della mia vita, che rivivrà in me ancora e ancora».

Funerali Monestier, il saluto della moglie in lacrime citando Montale

A chiudere i ricordi dei familiari, le parole, rotte dall’emozione fortissima, della moglie Sara. «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue».

Sul sagrato del duomo gli abbracci infiniti e le condoglianze ai familiari, con la bara di Omar Monestier lì accanto, sul carro funebre, con i raggi del sole ancora caldo, che illuminavano il cuscino di rose bianche.

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