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l’analisi

Torna il campionato, è tempo di Verona-Udinese: «I bianconeri devono premere sull’acceleratore»

STEFANO MARTORANO
2 minuti di lettura

Archiviata con soddisfazione la Nations League, con l’Italia approdata alla Final four del prossimo giugno, i riflettori sono pronti a riaccendersi sul campionato, là dove Napoli e Atalanta primeggiano a quota 17, con un solo punto di vantaggio sulla rivelazione chiamata Udinese che scenderà in campo per ultima in questo ottavo turno, dovendo aspettare il derby triveneto di lunedì sera a Verona per difendere il suo terzo posto. Vista la posizione da Champions della Zebretta, il posticipo sarà quindi atteso da tutte le big e dai media, come ci ha detto Antonio Di Gennaro al rientro da Budapest dopo aver seguito e commentato la Nazionale per la Rai, di cui l’ex centrocampista è voce tecnica nelle dirette.

Di Gennaro, ritorna il campionato e gli appassionati dell’Udinese sono curiosi di scoprire se durerà la favola bianconera...

«Sono curioso anch’io perché l’Udinese va considerata la sorpresa del campionato, ma solo fino a un certo punto, visto che che da anni è un modello per tutti, come lo è l’Atalanta».

Del gioco di Gasperini si sa tutto, mentre quello di Sottil?

«Il bello dell’Udinese attuale è che sta riproponendo un calcio aggressivo, intenso e di qualità in una piazza in cui non manca niente sotto il profilo organizzativo, abituato a valorizzare i giovani, e questo tipo di calcio è quello che l’Atalanta aveva riproposto fino all’anno scorso. Non a caso Gasperini ha detto che per tornare in Champions bisogna tornare a giocare con una certa intensità».

L’Udinese quindi si trova in alto con merito?

«Sì, perché alle doti fisiche che gli abbiamo sempre riconosciuto abbina l’intensità e le doti tecniche, e se non hai tutto questo non puoi battere l’Inter in quel modo. Tuttavia, l’Udinese sta anche dimostrando a se stessa che per continuare a vincere deve giocare in quel modo lì, premendo sull’acceleratore con grande intensità».

Sottil difende a quattro nel suo 3-5-2 “mobile”. Basta per definirlo un tecnico moderno?

«Gli allenatori devono avere questa elasticità tattica durante la partita, anche a seconda dell’avversario da affrontare. Poi, tornando al modello Atalanta, Gasperini l’anno scorso aveva Muriel, Zapata, Malinovski e Ilicic così come l’Udinese ha Udogie, Deulofeu, Pereyra e Beto. Servono la tecnica e la potenza, ma soprattutto la mentalità per giocare in un certo modo, anche come fa il Napoli, al di là delle considerazioni tattiche e fisiche».

In proiezione derby, Gabriele Cioffi lunedì dovrebbe proporre il 3-4-1-2 contro l’Udinese.

«Il Verona ha perso oltre quaranta gol sul mercato cedendo Barak, Simeone e Caprari e Cioffi sta cercando di modificare l’assetto in un contesto in cui bisogna rapportarsi alle qualità del momento, tra chi è rimasto e i nuovi innesti. In pratica si è ripartiti da zero e ci può stare».

Ci può stare anche la panchina in bilico per l’ex tecnico dell’Udinese?

«Il nostro calcio è questo quando le cose vanno male. Non so se Cioffi e il dg Marroccu abbiano la stessa sintonia che l’anno scorso avevano Tudor e D’Amico».

Esito del derby triveneto a parte, l’Udinese tornerà in Europa?

«Bisogna fare un passo alla volta e avere molta umiltà. Anche noi, ai miei tempi, quando giocavo a Verona centrammo l’obiettivo, ma il primo premio era per la salvezza. L’ambizione europea ci sta, ma bisogna essere sempre realisti».

Alcune grandi stentano: una sintesi sulle crisi di Juventus e Inter?

«La Juve è involuzione. Manca il furore, la proposta e i leader non sono quelli di una volta. Poi mancano Pogba, Chiesa e Di Maria non è al top. L’Inter invece mi dà l’impressione di un feeling interrotto tra Inzaghi e Marotta».

Tornando alla Nazionale, Udogie come lo vedrebbe agli ordini di Mancini?

«Il nostro commissario tecnico è sempre molto attento sui giovani, lo ha dimostrato con Gnonto: li fa giocare a differenza dei grandi club che non esibiscono grande coraggio. Piuttosto, abbiamo troppi stranieri. Ai miei tempi su trentadue che arrivavano ne sbagliavi pochi, oggi su cento un’ottantina che non fanno la differenza».

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