I cambiamenti climatici che trasformano le nostre montagne

Foto di Arpa Piemonte – Nella foto la zona di transito e accumulo della parte del Monviso franata il 26 dicembre 2019.

 
Il geologo Luca Paro ci spiega che cosa è accaduto sul Monviso lo scorso dicembre e come si sta lavorando per comprendere le cause dei crolli avvenuti negli ultimi quindici anni Firma
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Da una quindicina d'anni, sulle montagne piemontesi si stanno verificando eventi che possono apparire  traumatici se commisurati alla dimensione temporale umana, ma che sono assolutamente normali nelle scale temporali delle geologia. Il 26 dicembre 2019 un settore della parete nordest del Monviso è stato interessato da un crollo in massa di grandi dimensioni. L'8 gennaio 2020 i tecnici di Arpa Piemonte hanno compiuto un sopralluogo nel quale hanno perimetrato con precisione il bordo inferiore dell'accumulo ed effettuato riprese fotografiche della parete interessata dal crollo. Il distacco dello scorso dicembre si è verificato alla sommità del Torrione del Sucai, indicativamente alla quota di 3200 m s.l.m., posto circa 200 metri a sudest del Canalone Coolidge, e si è sviluppato fino a quota 2800 m circa. L'ampiezza della fascia rocciosa coinvolta è di circa 50-60 metri. Il materiale crollato, dopo aver percorso il canale sottostante il torrione, si è distribuito sul cono detritico preesistente tra le quote 2650 e 2520 m. Sulla base dei parametri dimensionali stimati è plausibile ritenere che il fenomeno abbia mobilizzato circa 200.000 m³ di roccia ed i blocchi di maggiori dimensioni, distribuiti sul bordo inferiore dell'accumulo, hanno dimensioni comprese tra 150 e 250 m³.

Luca Paro, geologo di Arpa Piemonte, sta lavorando su più fronti per comprendere quale relazione vi sia fra i cambiamenti climatici e i crolli avvenuti sulle Alpi Occidentali negli ultimi anni: ”Per la sua conformazione il Monviso non è mai stato conosciuto come un bacino glaciale, ma c'è un evento che rappresenta un importante segnale dell'impatto che il riscaldamento globale può avere sulla geologia delle alte quote. Il 6 luglio 1989 una massa di ghiacciaio di circa 200.000 m³ si staccò da una nicchia posta a quota 3200 m, scese lungo il canalone Coolidge e, dopo aver percorso un dislivello di 900 m, impattò sul ghiacciaio posto alla base del medesimo. L'impatto fu tale che l'onda sismica venne registrata a 20 km di distanza. Il distacco fu una conseguenza del riscaldamento globale: l'innalzamento dello zero termico e piogge intense e prolungate in alta quota causarono un accumulo d'acqua in un crepaccio a monte del ghiacciaio e un'infiltrazione alla sua base. La pressione dell'acqua nella parte alta e lo scivolamento favorito dall'infiltrazione fecero sì che il ghiacciaio scivolasse a valle«.

Dopo l'evento dello scorso dicembre, i geologi dell'Arpa hanno compiuto un sopralluogo l'8 gennaio, ma non sono riusciti a compiere l'ulteriore analisi che si sarebbe dovuta svolgere a marzo: ”Per capire quanto è avvenuto lo scorso dicembre sul Monviso – continua Paro – stiamo lavorando su ipotesi. Nel dicembre 2006 c'è stato un crollo di roccia del genere, a quota 3200 metri, sul Rocciamelone, e nel dicembre 2015, alla stessa quota, si è assistito a un crollo sulla Punta Tre Amici del massiccio del Monte Rosa. I tre eventi sono avvenuti nello stesso mese dell'anno e a una stessa quota, questo spinge il nostro lavoro verso l'ipotesi di un'instabilità figlia delle onde termiche che si propagano attraverso le rocce che fungono da ”vettori« del calore accumulato nella stagione estiva. Nel 2016 abbiamo installato sul Rocciamelone una colonna multi-parametrica. Grazie a questa sonda siamo in grado di valutare temperatura e deformazioni delle rocce fino a una profondità di 30 metri. L'analisi di questi dati ci darà maggiori elementi per comprendere quale sia il ruolo dei cambiamenti climatici in questi eventi che trasformano aspetto e struttura delle nostre montagne«.

I monitoraggi del permafrost in Piemonte evidenziano una tendenza di incremento delle temperature nel sottosuolo, ma i geologi sono molto cauti nel trarre conclusioni affrettate visto che le stazioni piemontesi hanno serie storiche di dati ancora troppo brevi per consentire corrette interpretazioni. Dal confronto con i dati di altre stazioni alpine risultano alcune analogie con le stazioni storiche in Svizzera in cui il permafrost è in fase di degradazione anche a 3000 metri di quota. Lo studio dei crolli del Monviso, del Rocciamelone e del Monte Rosa rappresentano quindi un importante passaggio per la comprensione di questo tipo di fenomeni. Inoltre, sono in corso ulteriori indagini per verificare lo stato di fratturazione e le condizioni di stabilità degli ammassi rocciosi interessati dal crollo  e l'analisi dei dati di temperatura registrati in roccia da Arpa Piemonte nel vicino tunnel del Buco di Viso, situato a circa 2900 m di quota in corrispondenza del Colle delle Traversette.