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Tutorial

Vendere online quello che non si ha: cos’è il dropshipping, come funziona e quali rischi si corrono

Vendere online quello che non si ha: cos’è il dropshipping, come funziona e quali rischi si corrono
È il trend del momento e fa gola a sempre più giovani e giovanissimi, attratti dalla prospettiva di guadagni facili. Che però non sono così facili, come spieghiamo qui
4 minuti di lettura

“Faccio 100 kappa al mese, questa cosa mi ha cambiato la vita”: scritto così, con la lettera kappa a rappresentare le migliaia di euro, perché dire “100.000 euro” per esteso fa tanto boomer. E poi ancora: “È facile, basta fare così e così” e soprattutto “per sapere come fare, clicca qui e acquista il mio libro”. Oppure il mio ebook, il mio corso online, l’abbonamento al mio podcast.

Il dropshipping è un business e intorno al dropshipping è nato un business. Un business che fa gola a molti, perché chi non vuole fare “100 kappa al mese”, ancora di più se “è facile” e non serve molta fatica? Ma è davvero così? E soprattutto: che cos’è il dropshipping?

Perché si chiama dropshipping?

Il termine, che si può anche scrivere staccato, viene dalle parole inglesi ship e drop, messe però in ordine rovesciato: significano spedire e consegnare, dare, lasciar cadere e descrivono bene quello che è il dropshipping. Gli oggetti che vengono venduti e comprati non stanno in qualche magazzino (almeno, non accessibile a venditore e compratore), non vengono installati, assemblati, conservati da qualche parte: vengono appunto spediti e consegnati.

Nell’ultimo paio d’anni, fra l’altro, il termine drop si è allargato a beni immateriali, come una canzone, un film, un post sui social network, che vengono droppati (l’avevamo spiegato qui) e sono subito disponibili per chi ne vuole usufruire.

Come si fa a fare dropshipping?

Semplificando, fare dropshipping significa vendere qualcosa che non si possiede. Più precisamente: qualcosa che non si conserva in qualche magazzino, ma che resta nella disponibilità di chi lo produce sino a quando arriva il momento di spedirlo e consegnarlo al cliente finale. Funziona così: il venditore individua uno o più prodotti che fanno al caso suo (cover per smartphone, set di penne, tazzine con i gattini e così via), contatta il fornitore e stipula con lui un contratto, che può prevedere o non prevedere l'acquisto preventivo di un certo numero di beni. Quella sarà la merce che proverà a vendere ai clienti. A questo punto possono accadere due cose: gli oggetti restano nel magazzino del fornitore oppure vengono consegnati a un centro logistico slegato da venditore e fornitore (Amazon offre questo servizio, ma non è l'unica), che li conserverà sino al momento della spedizione.

La seconda fase scatta quando viene conclusa una vendita: il venditore informa il fornitore (o il centro logistico), che si occuperà della spedizione dell’oggetto al compratore. Come si vede, chi vende viene liberato non solo dalla scocciatura di gestire fisicamente la logistica, ma soprattutto da uno dei più grandi oneri d’impresa, legato alla necessità di trovare uno spazio per un magazzino dove conservare la merce e sostenere i costi per la sua gestione.

Un altro peso ridotto, rispetto a un'attività tradizionale, riguarda l'investimento iniziale: è difficile quantificarlo nel dettaglio, anche perché le varabili sono molte, ma secondo la guida di Shopify (qui) si sta nell'ordine degli 8-10mila euro, divisi fra costi legati all'ecommerce vero e proprio, costi amministrativi e costi di marketing e pubblicità (che è necessaria e fondamentale, come vedremo più sotto). Ovviamente, si può anche partire da zero o quasi, visto che molti siti offrono periodi di prova gratuita o a costi ridotti. Ma se si vuole fare sul serio, è necessario spendere.

Le piattaforme cui appoggiarsi per il dropshipping

L’attività si fa tutta online, dunque è ovvio che serva un sito che faccia da vetrina per questo negozio che non esiste nel mondo reale: questo è l’altro grande onere da cui il venditore viene liberato, perché le piattaforme che offrono servizi di dropshipping si occupano anche di questo.

Le principali sono Shopify (si parte da qui) e Amazon (attraverso la sezione Seller Central), ma anche la cinese Alibaba offre servizi simili. Qual è il vantaggio, in questo caso? Semplicemente che si può approfittare dell’enorme visibilità di questi siti per aprire un negozio virtuale al loro interno, potenzialmente in grado di raggiungere milioni di persone in tutto il mondo. Oltre al fatto, come ricordato da Amazon, che si può “lasciare a noi la spedizione, i resi e l'assistenza clienti”.

Davvero “è facile” guadagnare con il dropshipping?

Probabilmente no, o comunque è decisamente più complicato di quello che si potrebbe pensare o di quanto vorrebbe far credere chi vende corsi online per spiegarlo. Innanzi tutto, in Italia ci sono ovviamente adempimenti fiscali da rispettare (per esempio, aprire una Partita IVA e versare i contributi Inps): questo, collegato con il fatto che sia il fornitore sia la piattaforma cui ci si appoggia trattengono una parte dei proventi delle vendita, fa sì che i guadagni siano bassi. O anche molto bassi: la stessa Shopify ricorda (qui) che “il margine è molto variabile”, può arrivare al 30% ma anche essere appena del 5%.

Insomma: se è vero che il capitale iniziale per avviare un’attività di dropshipping è decisamente più basso rispetto a un’attività di vendita tradizionale, altrettanto è vero che non ci si possono aspettare guadagni stratosferici. E che i “100 kappa al mese” di cui si diceva all’inizio sono più un miraggio che una certezza.

Perché non fare dropshipping?

Quello del fatto che al rischio (per quanto piccolo) non corrisponda un premio adeguato, cioè che “il gioco non vale la candela”, come si diceva una volta, è il primo motivo per cui sarebbe meglio valutare attentamente se sia davvero il caso di avviare un’attività di dropshipping. Ma ce ne sono altri.

C'è la questione dei fornitori, tendenzialmente distanti o molto distanti dal venditore e dunque difficilmente controllabili: che succede se una volta ricevuto l’ordine, non spediscono la merce al cliente finale? Che il venditore ha perso i suoi soldi ed è stato raggirato. Non solo: che succede se una volta ricevuto l’ordine, spediscono la merce al cliente finale con grande o grandissimo ritardo? Che il venditore perde la faccia e i clienti, che si rivolgeranno ad altri.

Questo perché il mondo del dropshipping è un mondo dove c’è tantissima concorrenza: basta navigare sul sito di Amazon per rendersene conto e vedere quante vetrine virtuali abbiano tutte in mostra più o meno le stesse cose. Inoltre, anche se l’investimento iniziale per partire è relativamente basso, la presenza di un numero pressoché infinito di rivali non può che spingere il venditore a investire denaro (anche 100-200 euro al mese, solo per iniziare) in attività di promozione e marketing o magari nell’affiliazione con qualche influencer che possa dare visibilità ai prodotti. Se non facesse così, perché qualcuno dovrebbe comprare proprio le sue tazzine con gattini, invece delle tazzine con gattini di qualcun altro?

Potrebbero esserci problemi anche per chi compra, soprattutto se (come sempre più spesso accade) la merce arriva da un Paese che sta al di fuori dell’Unione europea: il venditore può non preoccuparsene, ma il cliente finale potrebbe trovarsi a pagare oneri doganali anche alti o molto alti.

Al di là di tutto questo, va anche ricordato che il dropshipping non è un business molto sostenibile: alle ovvie perplessità su quanto sia opportuno far viaggiare merce da un capo all’altro del mondo, inquinando lungo tutto il tragitto, si aggiungono i dubbi su quello che succede quando questa merce non va bene, è della taglia sbagliata, è danneggiata o va comunque cambiata. E dunque riconfezionata e rispedita da un capo all’altro del mondo. Inquinando ancora.